Manilla Road – Voyager

Fa veramente strano ascoltare nel 2008 un disco come questo ultimo dei Manilla Road. In un’epoca di iperproduzioni, crossover tra generi, attenzione alle minime cose “Voyager” urla fin dalla cover “ANNI OTTANTA”! E inserendo il disco nel lettore la cosa si nota ancora di più.

Non ci dovrebbe essere bisogno di presentare i Manilla Road, gruppo storico che tutti gli appassionati avranno ben presente, ma per i profani del genere, questo è epic metal. E se dicendo epic metal vi vengono in mente gruppi tipo Rhapsody (of fire) o anche i Manowar pacchiani… siete totalmente fuori strada. Qui niente doppia cassa, niente vocettine acute, niente gioiosi canti di guerra… i Manilla Road ci propongono atmosfere cupe e sulfuree, vicine al doom metal, una vocetta nasale sgraziata (ma che ha il suo fascino… Mark Shelton non è uno sprovveduto) e un concept album (lo so, la cosa spaventa) su un gruppo di vichinghi in fuga dalla patria dove viene loro impedito di adorare le antiche divinità pagane. Il tutto con una produzione che più demodè non si può.

Ora, i metallari di solito si dividono in due categorie.

La prima, quella dei modernisti con la puzza sotto il naso, direbbe: il gruppo fa schifo a prescindere, faceva cagare già negli anni ’80, sono ridicoli, torno ad ascoltare i Meshuggah.

La seconda, quella dei nostalgici, direbbe: anni 80… Manilla Road… epic metal… CAPOLAVORO!!! UP THE HAMMERS!!!

La verità, come spesso accade, sta nel mezzo.

“Voyager” è un discreto disco, anni luce migliore dei precedenti, da “Atlantis Rising” in poi, ma certo non all’altezza di lavori del passato come “Crystal Logic” o “Open the Gates”. Qui abbiamo si ottimi pezzi (Tomb of the Serpent King, Butchers of the Sea, Totentanz…) ma anche una produzione che, diciamolo, non è all’altezza e penalizza l’ascolto dell’album, soprattutto per la batteria che ha un suono orripilante. Diciamo che per un gruppo come i Manilla Road la cosa più importante è tornare a farsi sentire, per poi girare il mondo con tour che saranno certamente più apprezzati e di successo dei dischi. Un applaus(in)o comunque all’italiana My Graveyard Production che ha permesso il realizzarsi di questo disco. Bravi!


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