In Time – Andrew Niccol (2011)

In Time – Andrew Niccol (2011)

Marzia Gandolfi, su MyMovies, scrive sulla sua recensione di In Time: “La teoria del film è manifestazione dell’umanesimo che resiste al culto del capitale“.

Ma sti cazzi?

A parte i francesismi, la parola del giorno è PECCATO.

Peccato, che Olivia Wilde ridefinisce alla grandissima il concetto di MILF.

Mamma… hai 50 anni, cosa stai facendo?


Peccato, che Amanda Seyfried algida bimba del jet set ma puttanona appena trova l’uomo del volgo ci attizza, è inevitabile.
Peccato, che Andrew Niccol alla fine mi sta anche simpatico, e resta la mente dietro a filmoni come Gattaca (da regista), The Terminal, Truman Show (da sceneggiatore)…
Peccato, che l’idea dietro al film non era niente male. Anzi.
Ma alla fine In Time è uno spottone patinato di 109 minuti persino digeribile se lo si prende come tale, ma pare di sentir il regista urlare dietro ogni inquadratura “ho fatto il  minimo indispensabile per portare a casa la pagnotta!”.
La trama
Nel mondo di In Time la moneta è il tempo. Si cresce normalmente fino ad avere 25 anni, poi basta. Resta un anno da vivere, lavorando si guadagna altro tempo, comprando cose o servizi se ne consuma. La città è divisa in settori, i ricchi hanno patrimoni di centinaia di anni, e possono permettersi il lusso della lentezza. I disgraziati, come Justin Timberlake e la sua mammina Olivia Wilde devono correre per sopravvivere, lavorare come schiavi e rischiare comunque di morire in mezzo alla strada, perché il tempo non basta mai. 
Will Salas (Timberlake) incontra in un bar uno sconosciuto e lo salva dall’attacco di dei ladri di tempo. Scopre che si trattava di un riccone stanco di vivere, che per sdebitarsi gli regala tutto il tempo che gli restava, più di mille anni… Con tutto quel tempo Will vorrebbe portare la madre nei quartieri alti…


La recensione


Il problema di In Time è che è tutto troppo cool. Persino i disgraziati. Nel settore di Will Salas sono comunque tutti strafighi, tutte le ragazze con la pettinatura perfetta, vestite bene e con tacco 14 al piede. L’unico bruttino è Johnny Galecki, il Leonard di Big Bang Theory che nel film fa il miglior amico di Timberlake, e comunque anche lui c’ha la moglie topa. Il film bada sostanzialmente solo all’inquadratura bellina, alla battuta ad effetto, mentre l’idea di un mondo così strutturato poteva portare a ben altro. Le cartucce migliori si sparano nei primi minuti, molto bella l’idea del linguaggio del corpo differente tra zona e zona, ma una volta che si è capito il giochino tutto è banalotto, persino l’eroe che aveva il babbo eroe come lui. Andiamo. E torniamo a dire PECCATO, perché oltre all’idea ottima alla fine gli interpreti erano azzeccati, la Seyfried (BONA!) perfetta figlia di papà e Timberlake che in fondo come personaggi d’azione non è niente male. Solo che gli scrivono i dialoghi col culo e lo costringono a fare il bello e maledetto con una missione più grande di lui. Si pecca in verosimiglianza, un film così doveva essere sporco, frenetico, e invece persino i più cattivi tra i cattivi appaiono al massimo come una versione poco al passo coi tempi dei drughi di Arancia Meccanica. Bah.


Quante puppe ci sono? Quanti morti spappolati?






Si vede la Seyfried in lingerie, ma francamente fa quasi più sangue in tacco a spillo e pistolone in mano (non quello di Timberlake!). La biondina ci aveva abituato a ben altro, anche al nudo integrale, ma qui niente da fare. I morti sono pochi e il sangue ancora meno.


Il giudizio


Un film così andava diretto dal Ripley Scott o dal Paul Verhoeven degli inizi, non da Andrew Niccols (che pure mi dava fiducia…). Due stelline su cinque. 


Il trailer


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