Il Capitale Umano

Il Capitale Umano

Solo dopo la visione de Il Capitale Umano mi sono accorto che, per chissà quale motivo, mi sono perso totalmente il penultimo film di Virzì, Tutti i santi giorni. E si che Virzì è uno dei miei registi italiani preferiti, uno dei pochissimi che cerco di seguire ad ogni loro uscita. Di Tutti i santi giorni proprio non mi ero accorto, chissà perché. Fa cacare, vero? Eddai, a me potete dirmelo.
Da bravo toscano ho iniziato ad apprezzare Virzì con i suoi film livornesi, quelli con i personaggi simpatici e un po’ sfigati che tendono a straparlare in dialetto, tipo Ovosodo o Baci e Abbracci. Film che mi azzarderei a definire ganzi e che hanno contribuito a lanciare attori tipo Edoardo Gabbriellini, Marco Cocci e Paolo Ruffini (ahimè). Poi è sposato con quella gran fica di Micaela Ramazzotti, quindi ha vinto. Per forza. 
Così quando è iniziato Il Capitale Umano ed ho realizzato che si tratta di un film profondamente brianzolo, la mia reazione è stata “ohibò!”. E quando dico profondamente brianzolo intendo dire che il protagonista della prima parte, Dino Ossola, parla quasi come il Guido Nicheli / cavaliere Zampetti de I Ragazzi della Terza C. Ho quasi temuto di trovarmi di fronte ad un film facilmente parodistico dei difetti dell'”operosa Brianza”, facilissimi da vedere e da prendere per il culo dalla rilassata Toscana, e invece… invece Virzì si è dimostrato una volta di più regista intelligente e maturo, proponendoci una trama sorprendente e non scontata.
Il Capitale Umano ci racconta tre volte la stessa storia, da tre punti di vista differenti. Il primo è appunto quello di Dino Ossola (Fabrizio Bentivoglio), proprietario di una piccola agenzia immobiliare che rischia i risparmi che non ha in un investimento ad alto rischio di fallimento gestito dal padre del fidanzato della figlia, Giovanni Bernaschi (Fabrizio Gifuni). 
Il secondo punto di vista è quello di Carla Bernaschi (Valerie Bruni Tedeschi), moglie di Giovanni ed ex attrice di teatro, probabilmente l’unica passione della sua vita. Carla scopre che il vecchio Teatro Politeama verrà chiuso, e propone al marito di finanziarne il restauro, coinvolgendo nel progetto di rilancio personalità della cultura milanese, tra i quali il professore Donato Russomanno (Luigi Lo Cascio), con il quale scatta la scintilla… Carla appare svampita e fuori luogo, ma inizierà col tempo a rivalutare la sua posizione nel mondo dell’alta società…
Il terzo punto di vista, infine, è quello di Serena Ossola (l’esordiente Matilde Gioli), figlia di Dino e fidanzata (?) del figlio di Carla, che comincia un rapporto sempre più intimo con Luca (Giovanni Anzaldo), un ragazzo dei quartieri bassi in cura dalla sua matrigna psicologa.
Tutte e tre le storie girano poi attorno ad un mistero: quello di un ciclista morto dopo essere stato investito alla vigilia di natale da un SUV, probabilmente quello della famiglia Bernaschi. Ma chi c’era al volante? Il figlio Massimiliano, che quella sera era ubriaco? Serena che era stata chiamata per riportarlo a casa? O forse qualcun altro?
Il giallo, ammettiamolo, non è di difficile risoluzione, ma quello che conta è come Virzì ha mosso i suoi personaggi a disegnare un quadro pressochè perfetto della società italiana. Brianzola, livornese, napoletana, poco importa. Il regista ha preso un romanzo inglese e l’ha trasportato perfettamente nella nostra realtà, senza abbassarsi a soluzioni semplici. Il film è divertente, girato ottimamente e soprattutto ottimamente interpretato. Se Bentivoglio e Gifuni non sono una sorpresa, un po’ di più lo è Valeria Bruni Tedeschi, assolutamente perfetta nella parte della vacua e fragile dama, e molto di più lo è Matilde Gioli, che esordiente ruba la scena a tutti.
Tanti David, tutti meritati.
Voto: ****
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