Diaz – Non pulire questo sangue

Diaz – Non pulire questo sangue

Per semplificare dico di solito che a me il cinema italiano non piace. Ma non è vero, mi piace eccome. Nella top 3 dei miei registi preferiti di tutti i tempi inserisco sicuramente Sergio Leone, ad esempio, ma nel mio pantheon entrano senza dubbio anche Monicelli, Scola, Risi… il vero problema del cinema italiano è che si girano sempre gli stessi film. Commediole stupidine con attori presi dalla televisione, storielline d’amore, film drammatici incapaci di uscire dai nostri confini e di guardare all’esterno. Eppure i talenti non mancherebbero anche oggi… qualcuno (Sorrentino) ha ormai preso la strada del cinema alto che guarda agli Oscar, un altro (Virzì) ha trovato una strada personale alla commedia italiana classica, un altro ancora (Sollima) si è dedicato principalmente alla tv, che gli consente una maggiore libertà espressiva. Eppoi c’è uno come Daniele Vicari, che fin dall’esordio (Velocità Massima, sulle corse d’auto clandestine) ha dimostrato, seppur con qualche passaggio a vuoto, di avere per una volta una formazione cinematografica ed uno sguardo d’insieme che va oltre il cinema italiano, un coraggio nell’attraversare i generi e di piegarli alla propria narrazione che pochi hanno.
Diaz – Non lavare questo sangue è il suo ultimo film di fiction, se di fiction si può parlare. Si tratta ovviamente della narrazione cruda dei fatti del G8 di Genova, tra polemiche, botte, infiltrazioni e veri e propri massacri. Diaz è un film necessario, perché riprende la tradizione italiana del cinema di denuncia di cui oggi c’è ancora bisogno. E’ un film potente, che commuove ma soprattutto colpisce allo stomaco. E’… un film horror.
Diaz è montato come un film horror, nei suoi momenti più riusciti è claustrofobico e terribile, pieno di sangue e ossa rotte e volti tumefatti e veri e propri mostri cattivi. Ma ovviamente non è solo un horror. E’ un film moralmente elevato, che prende una posizione chiara e non stereotipata, mostra le devastazioni dei black bloc e le torture della polizia. Ma non è un film contro lo stato a priori, è anzi un film a favore dello stato, contro le storture, contro chi ha piegato o ignorato la legge. Ed è anche un bel film, con un ottimo regista ed un cast eterogeneo, senza star, ma di buon livello. Diaz è un viaggio all’inferno apparentemente senza speranza, ma in fondo, a ben vedere, la speranza c’è. Nel vicequestore che non riesce a fermare le mattanze dei suoi colleghi ma che ci dimostra che non tutto è perduto, nei sorrisi pieni di speranza dei ragazzi che parlano tutte le lingue del mondo, nel volto del vecchio militante della CGIL. Sono passati solo 13 anni, è bene ricordare…
Voto: ****
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1 Comment

  1. James Ford 25 October 2014
    Rispondi

    Terribile e necessario. Concordo.
    Forse non perfetto, ma a volte non serve che certi racconti lo siano. Anzi.

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