Erano 657

Erano 657

Erano 657. Fuggivano dalla povertà, dalla miseria, dalla fame, dalla dittatura, verso un futuro in un continente che non era il loro. Quasi nessuno conosceva la lingua che avrebbero dovuto parlare appena sbarcati. Molti viaggiavano da soli, senza conoscere nessuno, molti non avevano neppure chiaro quale sarebbe stata la loro destinazione, forse sarebbero rimasti, forse si sarebbero spostati nei paesi vicini. Alcuni, una minoranza, avevano parenti o amici che li avrebbero accolti ed aiutati, forse avrebbero trovato loro un lavoro, ma per la maggior parte non sapevano neppure dove avrebbero dormito la prima notte. Quasi tutti i loro risparmi erano stati spesi nella traversata, ma secondo ognuno di loro era meglio partire per un destino incerto piuttosto che rimanere. Una speranza labile è pur sempre meglio di nessuna speranza, no?
Erano soprattutto uomini, ma anche donne e bambini. Avevano viaggiato per giorni e giorni, avevano affrontato il freddo, la fame, e la nave affondò quando ormai erano a poche miglia dalle coste.
La nave non era una carretta del mare, era lunga 146 metri e larga 17, aveva quasi 300 persone di equipaggio e pochi passeggeri che vivevano il lusso della prima classe, ma il grosso del carico era formato dagli emigranti in terza classe, provenienti non da Somalia, Libia, Centrafrica, ma da Liguria, Piemonte, Veneto, in fuga dalle miserie dell’Italia fascista e diretti verso Brasile, Argentina, terre che non promettevano ricchezze certe ma che comunque erano un mondo nuovo, un mondo dove sperare in qualcosa di migliore per loro e per le proprie famiglie. Non era il 2015, era il 1927, ed il piroscafo Principessa Mafalda naufragò a poche miglia da Rio de Janeiro. 657 morirono.
Erano migranti. Erano italiani. Erano persone.
Forse anche allora, nelle ville dei ricchi brasiliani o argentini qualcuno avrà esultato, “Ci sono fin troppi pezzenti nelle nostre strade, gente sporca, che non parla la nostra lingua, che porta malattie e mafia”. 
Ma quelle non erano persone, erano merde. E la merda non affonda, la merda sta sempre a galla.
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