Il cinema italiano va Veloce come il vento

Secondo E.M. Forster nella narrativa esistono solo due tipi di trame: “qualcuno parte per un viaggio” o “uno straniero arriva in città”. Secondo Christopher Booker, invece, ne esistono sette. Georges Polty e il nostro Carlo Gozzi sostenevano invece che ne esistessero ben trentasei. Qualunque sia il numero reale il senso è chiaro: non dobbiamo pretendere che ogni volta la nostra storia sia nuova, dobbiamo utilizzare bene gli strumenti della narrazione perché questa storia sia raccontata bene. Matteo Rovere, in Veloce come il Vento, racconta una storia che è sostanzialmente uguale a quella di decine di altri film, ma la racconta dannatamente bene. Quello che ne è venuto fuori è un film quasi perfetto.

Veloce come il Vento

Giulia non ha ancora diciotto anni, ma è già una promessa dell’automobilismo e corre, più veloce che può, nel Campionato Italiano di Gran Turismo. Sua madre è scappata via e vive chissà dove, forse in Canada ormai da anni. Il padre è convinto che sia una campionessa, e per metterla in pista si è giocato tutto, offrendo la casa a garanzia di un prestito che potrà essere ripagato solo se lei vincerà il campionato. Ma non avrà mai occasione di vederla trionfare, visto che un infarto se lo porta via proprio ai box, mentre lei corre la sua prima gara, conclusa in un fuoripista e con zero punti… Tutto è perduto? Forse si, se l’unica speranza è un fratello che in gioventù era stato campione di rally, ma ormai è solo un povero tossicodipendente che sembra l’ombra di se stesso e che sembra solo volerla sfruttare per qualche spicciolo ed un tetto sopra la testa.

Quante volte abbiamo già visto la stessa storia? Veloce come il Vento è Rocky, è Karate Kid, è qualsiasi film in cui un talento improbabile trova un maestro ancora più improbabile che lo conduce a livelli impensati, fino al successo o quasi. E in questo caso l’underdog di turno non è solo Giulia, ma anche e soprattutto il devastato Loris interpretato magistralmente (davvero!) da Stefano Accorsi, che riesce a trovare una (parziale) redenzione solo immaginando per la prima volta nella sua vita una propria tremolante idea di famiglia, ma senza scendere troppo a compromessi con la realtà.

Veloce come il Vento Stefano Accorsi Matilda De Angelis

Veloce come il Vento è una storia universale girata in modo universale, senza riprese da fiction di Rai Due o momenti (che erano presenti invece nell’altro grande film italiano di quest’anno) in cui il talento evidente fa fatica a sopperire alla carenza di mezzi. Che Matteo Rovere sapesse tenere in mano una macchina da presa l’avevamo già intuito dai suoi due film precedenti, Un Gioco da Ragazze e Gli Sfiorati, ma quello che gli mancava era un cuore. Un cuore che ha trovato in questa storia di motori e tragedie familiari, che appassiona, emoziona e fa sorridere.

In Veloce come il Vento Matteo Rovere ha un grande aiuto: quello di Stefano Accorsi, che non è mai stato così convincente in tutta la sua carriera. Un Accorsi viscido, stempiato, sgradevole, un po’ Vasco Rossi e un po’ Keith Richards. Per questa parte ha rispolverato l’accento romagnolo ed ha dato vita ad una performance che poteva apparire gigionesca, ma che trova quasi subito una propria dignità. Loris si rende conto di essere uno sconfitto ma scopre una propria idea di dignità, non vuole giocare secondo le regole e soprattutto si rende conto di essersi arreso troppe volte nella sua vita. Non è la classica storia di redenzione, è una storia di valori che cambiano e si evolvono, e per questo appare vera. Se fossimo negli USA parleremmo di un ruolo da Oscar. E non sto scherzando.

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Ha anche altri aiuti: Matilda De Angelis è giovane ed ha un volto che sembra fatto apposta per il cinema. La sua recitazione è più lineare perché a rubare la scena deve essere il giullare Loris, ma lei è sempre presente, sempre apparentemente solida e sempre apparentemente sul punto di crollare, come una roccia in bilico tra due crepacci. Testarda, concreta, ma con la voglia nascosta di essere ancora e forse per la prima volta una diciassettenne come le altre, Matilda ricorda anche fisicamente una Jennifer Lawrence nostrana. Ci mette anche il corpo, anche la propria sensualità acerba ma quasi pronta, in delle scene di allenamento che sono un altro grande topoi del genere, e che come tali sono riuscite alla perfezione.

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Completano il cast il vecchio interpretato da Paolo Graziosi ed il fratellino Nico, “la merda che non sorride mai”, Giulio Pugnaghi. Anche loro sotto le righe, anche loro comunque fondamentali per la riuscita di un film nel quale sono importanti per far risaltare gli altri. Nei ruoli più di contorno c’è qualche attore non esattamente all’altezza, ma la cosa è perdonabile.

Veloce come il Vento non sembra un piccolo film. Non scompare di fronte a giganti recenti come Rush o Fast & Furious, le corse sono adrenaliniche e realistiche, anche se in primo piano resta comunque il lato umano. E’ la storia di una ragazzina dentro un mondo di uomini ma non fa leva sulla facile retorica del femminismo. E’ una storia di riscatto ma ha un finale che non è banale trionfo.

Veloce come il Vento è una corsa vinta. Ed è il miglior film italiano dell’anno.

Voto: **** 1/2

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