Arrival: Communication Breakdown!

Per me era il film più atteso della prima parte dell’anno. Un regista che adoro, un’attrice che amo non solo per le sue scollature, un tema tra i più affascinanti nell’ambito della famtascienza. Finalmente ho visto Arrival! E cominciamo con una bella sigla.

Dunque, Arrival. Conoscerete probabilmente la trama: è tratto da un racconto di Ted Chiang che molti hanno considerato assolutamente non filmabile, e parla di dodici navi aliene che arrivano contemporaneamente in dodici località diverse sulla Terra. Gli umani provano a prendere contatto, ma come si fa a parlare con un alieno che non condivide quasi nulla della nostra cultura?

Arrival poster

Ci vuole una come Amy Adams a disposizione, intanto. Amy è una delle più esperte linguiste americane, ha già lavorato per i servizi segreti e sembra l’unica in grado di poter anche solo provare a comprendere il loro linguaggio.

Perché il linguaggio non è solo la semplice successione di suoni, lettere, parole e frasi. Il linguaggio influenza il modo in cui i pensieri vengono strutturati, e di conseguenza il modo in cui agiamo. Quello che vuole dirci il personaggio interpretato dalla Adams è fin dall’inizio che solo ottenendo una conoscenza più comprensiva del linguaggio degli alieni sarà davvero possibile ottenere da loro le risposte alle domande dirette che i militari (l’apparato) vogliono che vengano loro poste. Chi sono? Da dove vengono? E soprattutto, cosa vogliono fare sulla Terra?

Arrival

Telefono… casa!

Denis Villeneuve è un regista sopraffino. Se non avete visto Sicario recuperatelo. La sua è una regia rarefatta ed avvolgente, e visivamente è uno dei più grandi talenti in circolazione. Avrete visto tutti le immagini dei poster (anche perché uno è qui sopra), è la struttura stessa delle astronavi guscio a dirci che sono qualcosa di completamente diverso da noi. Un concetto che si può dire esprimere anche con la parola alieno. È fin dalla scelta delle navi che si palesa l’idea di cinema di Villeneuve. La loro forma, il loro posizionamento che crea paesaggi che sembrano quadri di Magritte, i due metri di aria che le separano dal terreno, il fatto che sembrino funzionare senza alcuno sforzo… Il fatto che è Villeneuve lavora per sottrazione. L’avrete letto in tutte le altre recensioni migliori della mia che potete trovare in giro, ma non posso fare altro che ripeterlo. Arrival fa per la fantascienza la stessa cosa che Sicario faceva per i thriller d’azione: ci presenta una situazione piuttosto classica (l’arrivo degli alieni, la lotta contro il narcotraffico) e toglie man mano elementi. Le sue scene sono belle, ma non sono classicamente spettacolari neppure quando cede per un attimo allo stereotipo del militare a cui piace fare esplodere le cose. Ci fa immaginare un film hard sci-fi con infinite discussioni su come si struttura il linguaggio e poi toglie la carta dal tavolo, aprendoci l’animo dei suoi personaggi e facendone un film assolutamente, completamente, quasi disperatamente umano.

Arrival

Così, il film che comincia come lo sforzo immane per comunicare con gli alieni invece di bombardarli in preda al panico piano piano toglie quasi gli alieni dall’equazione, e diventa un film sulla necessità di comunicare tout court. Gli alieni sono una scusa per metterci di fronte alle nostre responsabilità. Accettiamo di cambiare, accettando il futuro?

Arrival

Può sembrare un passo avanti verso l’ignoto, verso una nebbia impossibile da penetrare, ma non è così, anzi. È l’esatto contrario, un percorso verso una consapevolezza che non può non spaventare, a meno che non la si possieda già. Arrivando fino all’osso il messaggio di Arrival è sorprendentemente semplice, persino banale se vogliamo. Un tema affrontato già da altri classici, del genere ma non solo. È un messaggio potentissimo e fondamentale, però, ancor più nei folli tempi in cui stiamo vivendo, e Villeneuve è bravissimo a farlo passare avvolgendolo di un’aura ascetica e nobilitandolo attraverso le rughe di Amy Adams (che clamorosamente non ha ricevuto neppure la nomination all’Oscar, in un anno in cui tra questo e Animali Notturni si è dimostrata probabilmente la migliore attrice del momento), la maschera sorridente di Jeremy Renner, la testardaggine di Forest Whitaker e via dicendo.

Arrival

Da qualche parte ho letto che Arrival è un film noioso. Non è vero. Le sue quasi due ore di durata sono piuttosto statiche, ed a parte qualche flash dalle altre località nel mondo dove le navi sono atterrate il film si svolge tutto in tre location, ma il ritmo è comunque perfetto per la narrazione della storia. È un film che richiede l’attenzione dello spettatore, questo sì. Richiede che chi lo guarda si metta in gioco, sia con la concentrazione che con l’emozione. Richiede di accettare qualche forzatura, perché non è un film senza difetti, anzi, viene da pensare che Villeneuve in qualche modo sfrutti consapevolmente difetti e forzature per riuscire a mettere ancora più in evidenza il messaggio che gli interessa davvero. Quando studiavo comunicazione ho imparato che sono fondamentali allo stesso modo il contenuto, l’emittente ma anche il ricevente, e questi piccoli pungolamenti apparentemente fuori contesto possono essere visti nell’ottica di risvegliare l’attenzione del destinatario e renderlo più aperto in vista della rivelazione finale.

Arrival

Importante allo stesso modo è il canale di comunicazione, il cinema, che Villeneuve dimostra di saper sfruttare in maniera superba fin nei dettagli tecnici. La fotografia è perfetta, sospende tutto in una sorta di foschia che rende la vicenda più presente e quotidiana, il montaggio eccelle nell’accompagnare sicuro lo spetttatore verso l’emozionante finale, la colonna sonora è precisa nel sottolineare i momenti fondamentali della trama, e così via.

E alla fine Villeneuve riesce a chiudere il cerchio. Spoiler non ne faccio, Arrival è un anello non sempre perfetto nei dettagli e privo di vera originalità, ma che sta benissimo al mio dito, e che saprà star bene anche al vostro se avrete la volontà di calzarlo. Un bellissimo inizio per un 2017 fantascientifico che promette grandi cose.

Voto: **** 1/2

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4 Comments

  1. babol81 31 January 2017
    Rispondi

    Magritte!!! Ecco cosa mi ricordava la disposizione di quei baccelli alieni!
    Film splendido e potentissimo, per me già uno dei migliori dell’anno… e quante lacrime!!!

    • michele 31 January 2017
      Rispondi

      Il finale è davvero potentissimo, non ne ho parlato per non fare spoiler ma… emozionante come pochi altri!

  2. Cassidy 31 January 2017
    Rispondi

    Gli anelli con cui comunicano gli alieno, e gli elisi con cui Villeneuve comunica con noi spettatori, anche questa volta siamo d’accordo e grazie per la citazione, un onore 😉 Amy Adams ahinoi meno scollature, ma pure con le rughette intorno agli occhi è sempre uno spettacolo, ed ora spero che il canadese non si scotti con “Blade Runner 2”. Cheers!

    • michele 31 January 2017
      Rispondi

      Blade Runner 2 mi fa tanta paura, ma non saprei scegliere un regista più adatto di Villeneuve oggi!

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