Il male che abita nel bosco – seconda parte

Il male che abita nel bosco – seconda parte

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Il Male che abita nel bosco

La notte sognai Amina. Andavo verso il fiume e lei era lì che si puliva la bocca, mentre Giacomo si tirava su i pantaloni e mi guardava tutto imbambolato. Veniva verso di me e mi diceva “che vuoi moccioso, vuoi che lo succhi anche a te?”. Io le dicevo di sì, lei mi tirava giù i pantaloni e giocava un po’ con la mano sul mio uccello. Ce l’avevo durissimo, anche se Giacomo mi stava guardando sempre con quegli occhi vuoti e io ero in imbarazzo. Lei alzava la testa e mi diceva “è più piccolo di quello del tuo amico, ma mi piace lo stesso”. Io ero a disagio e volevo protestare, mi veniva un po’ voglia di piangere ma poi la guardavo bene. Gli occhi le erano diventati enormi e completamente bianchi, il suo sorriso si stava allargando, la sua bocca diveniva gigantesca, rivelando dei denti a punta come quelli di uno squalo. Mi azzannava, ed io urlavo di dolore e terrore.

Mi svegliai urlando. Mi ero addormentato tardi, e ora era ancora prestissimo. Guardai l’orologio. Non erano nemmeno le sette. Sentivo provenire da cucina i passi strascicati di mia nonna che preparava le cose per la colazione e già pensava al pranzo. Misi la testa sotto il cuscino per un minuto, ma non mi andava proprio di dormire, così mi alzai, indossai i pantaloncini del giorno prima, le scarpe ed uscii dalla camera. Mi sedetti al tavolo da pranzo, e mia nonna mi guardò stranita.

– Che ti è successo Patroclino, sei caduto dal letto?
– Non riuscivo a dormire nonna. Mi fai una spremuta?
– Sì tesoro, certo. Oggi è un evento, ti sei svegliato prima di babbo e mamma, sai?
– Mmhhmh. – Buttai giù la spremuta in due sorsi. Fuori Ercole abbaiava a chissà cosa. Volevo solo uscire.
– Prendi anche qualcosa da mangiare, prendi una fetta di dolce. Lo vedo che hai fretta, ma hai bisogno di forze per le tue avventure.

Le mie avventure. Nonna diceva sempre così, anche quando dovevo solo andare a scuola. “Per uno della tua età ogni cosa che gli succede è un’avventura”. Allora non capivo cosa volesse dire, ma facevo sì con la testa come si fa con i matti, o almeno con chi è un po’ rincoglionito dall’età. Comunque presi la fetta di torta, e la mangiai quasi tutta scendendo le scale. Quando arrivai fuori diedi le ultime briciole a Ercole, che mi ringraziò scodinzolando e smettendo di abbaiare per qualche minuto.

La verità era che volevo uscire di casa prima che i poliziotti tornassero in paese, perché non sapevo se sarei riuscito a rimanere zitto senza dire loro quello che Giacomo mi aveva confessato il giorno prima. Forse era lui l’ultima persona ad avere visto Amina, e la sua testimonianza avrebbe potuto essere importante davvero.

O forse l’aveva ammazzata lui perché era geloso.

Scossi la testa. No, quello non poteva proprio essere. Giacomo passava per il cattivo del paese, gli piaceva guardare film pieni di botte e fare il bulletto con i più piccoli, ma in fondo era buono. Non l’avevo mai visto dare più di due pugni, e secondo me si tratteneva pure per non fare troppo male. E sicuramente non se la sarebbe mai presa con una ragazza, neppure se straniera e più grande di lui. Neppure se si fosse sentito preso in giro da lei.

Senza pensarci avevo cominciato a camminare verso la strada del fiume…

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