Il male che abita nel bosco – quinta parte

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Buona lettura, e al solito sono graditi i commenti qui o in privato 🙂

Il male che abita nel bosco

– Giacomo non prendermi in giro, secondo te è possibile che Amina fosse ancora vergine?
– Ma sei scemo?

Avevamo paura, ma proprio non sapevamo resistere alla tentazione di tornare al fiume anche quel pomeriggio. C’era un mistero da risolvere, e anche senza parlare sentivamo entrambi che quello era il nostro mistero, il nostro segreto. Nessuno doveva sapere nulla, spettava solo a noi provare a venirne a capo. Era prestissimo, poco più delle 14,00, e il sole picchiava davvero forte. Mia nonna mi aveva guardato male quando le avevo detto che sarei uscito di nuovo ma sapeva che sarebbe stato impossibile fermarmi. “Non ci tornare, nel bosco.” mi aveva chiesto. “Non ci andare, è pericoloso”. Ma io mi ero limitato a zittirla con un movimento della mano mentre mandavo giù l’ultimo boccone con un bicchiere d’acqua.

– Hai sentito il telegiornale, vero?
– Sì, cosa c’entra col chiedermi se è vergine? Eppoi lo sai che non è così.
– Niente. Credo niente. Non lo so.
– Dove andiamo? Ci fermiamo al fiume, passiamo oltre o torniamo al capanno?
– Forse ora che hanno trovato Amina…
– Non l’hanno trovata.
– L’hanno vista, è uguale.
– Non è uguale per niente.
– Sì, ma sappiamo che è in città.
– Poteva non essere lei.
– Era lei per forza. Quante altre indiane metallare ci sono?
– Qui in paese nessuna. Magari a Firenze ce ne sono tante, Firenze è grande.
– Non ci sei nemmeno mai stato.
– Sì invece, ci sono stato quando il mio babbo ha avuto l’incidente, va bene?

Passammo accanto alla casa di Primo. Lui non era ancora nel campo, non ci sarebbe tornato fino al tardo pomeriggio. Probabilmente era dentro a fare qualche lavoretto o stava riposando dopo pranzo.

– Te cosa vorresti fare da grande? – Chiesi a Giacomo.
– Non lo so. La guardia forestale, oppure il poliziotto. Perché?

Non risposi. Mi limitai ad alzare le spalle e a fare una smorfia con la bocca. Quando ero più piccolo e i genitori o i parenti mi chiedevano cosa volevo fare da grande rispondevo con lavori che mi avrebbero portato lontanissimo da lì, tipo il pilota d’aerei o l’astronauta, ma ora cominciavo a sentire una strana attrazione per il paese. Avevo cominciato a pensare che le nostre quattro case, il bar, l’ufficio postale, la chiesa e il campo da calcio nascondessero in realtà molto più di quanto sembrava. Nascondessero delle storie. Nei libri che leggevo da quando ero piccolo le storie che sognavo erano di viaggi, di paesi lontani, di megalopoli con milioni di abitanti, mondi perduti nella fantasia o scenari esotici. Le mie storie avrebbero potuto essere più piccole, più raccolte, ma non per questo meno incredibili.

– Io voglio raccontare storie. – Gli dissi dopo qualche minuto. Mi guardò come se non avesse capito, poi continuò a camminare.

Il fiume era davanti ai nostri occhi, ci fermammo insieme. Pochi centimetri d’acqua, potevamo superarlo in cinque passi, ma quel giorno sembrava un ostacolo insormontabile. Guardai Giacomo. – Andiamo? – Mi fece cenno di sì con la testa e sospirai. Mi tolsi i calzini per non bagnarli, mentre accanto a me il mio amico faceva altrettanto.

Un passo. L’acqua era fredda, sembrava più gelida del giorno prima. Un altro passo. Un rumore, qualcosa nell’acqua alla mia sinistra. Mi volto a controllare ma non vedo niente. Forse era un pesce, o qualcosa caduto dai rami degli alberi.
Un terzo passo. Mi accorgo di non respirare. Chiudo gli occhi per un secondo, costringo il mio corpo a calmarsi.
Quarto passo. I rumori del bosco sembrano amplificati. Ogni fruscio provocato dal vento, ogni uccello che canta, ogni minimo movimento sembra nascondere qualcosa. Quanto è grande questo bosco?
Solo un ultimo passo.

– Hai visto, non era poi così difficile. – Giacomo mi guarda rimettendosi calzini e scarpe. Fa un mezzo sorriso, come se sapesse qualcosa che io non so. Mi guarda che se fosse più adulto di me!
– Non era difficile, ma anche tu eri preoccupato, non puoi negarlo!
– Siamo esattamente a tre metri dal punto in cui eravamo prima.
– È vero, lo so, ma…
– Ma?
– Niente. Hai ragione. Andiamo.

Dieci passi. Venti. Trenta. La pista era chiara, Giacomo non aveva esitazioni nell’avanzare; per me invece ogni passo significava allontanarsi sempre di più dalla sicurezza della casa, dalla familiarità dei vicini, era un passo verso l’ignoto. Stai solo raccogliendo materiale per le tue storie future, cercai di convincere me stesso.

– Giacomo, quanto è grande il bosco?
– Mah, che ne so!
– Non hai nemmeno un’idea?
– Sono arrivato molto più avanti, gli alberi si diradano e se continui trovi un grosso dirupo, ma di sotto il bosco continua e va avanti. Fin dove, non lo so. Se guardi in basso vedi qualche strada, qualche casa isolata, qualche paese e il bosco tutto intorno. In alcuni punti non c’è, magari ci sono dei campi, in altri punti si fa piccolo e stretto e gira tutto intorno. Ma io credo che vada avanti fino alle montagne.
– E come facciamo a trovare Amina in tutto questo spazio?
– Dobbiamo avere molto culo.
– O molta sfortuna.
– Come?
– Sfortuna. – Ripetei.
– E perché?
– Pensa se la troviamo morta, magari si è buttata giù dal dirupo o qualcuno l’ha buttata. Magari è caduta. Cosa facciamo se troviamo un cadavere?

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