Red State, ovvero Kevin Smith ti voglio bene ma…
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Red State, ovvero Kevin Smith ti voglio bene ma…

Premessa: io gli voglio bene, a Kevin Smith. Gli voglio quel bene che si vuole al vecchio zio che ti faceva ridere tantissimo quando eri bambino, anche se ora continua a fare le stesse identiche battute senza rendersi conto che è invecchiato. Gli voglio bene per tanti motivi che alla fine si possono riassumere in uno solo: Clerks. Comprai la videocassetta (sì, esistevano le videocassette) quando non avevo ancora compiuto 17 anni e… l’ho letteralmente consumata. È stato uno di quei film che ho imparato a memoria, che ancora oggi potrei citare quasi dall’inizio alla fine, battuta dopo battuta. Un film fatto con pochi dollari, nessun vero attore, scarse conoscenze tecniche… ma era il film della sua vita, ed è venuto praticamente perfetto.

Voglio talmente bene a Kevin Smith che ho continuato a seguirlo per anni. Ho apprezzato il suo Generazione X, ho accolto quasi con entusiasmo In cerca di Amy, ho letteralmente adorato Dogma, perché ho avuto l’impressione che se fossi stato nei suoi panni avrei fatto lo stesso identico film. Kevin Smith mi dava l’idea di essere uno che se ne frega delle convenzioni e delle convinzioni, che fa quello che vuole, quando vuole e con chi vuole, che scrive per se stesso e vuole andare per la sua strada. Finché le cose vanno bene, vanno DAVVERO bene. Quando iniziano ad andare meno bene, può essere più complicato.

Ho guardato Jay e Silent Bob… Fermate Hollywood con simpatia, ma ho avuto la netta impressione che Kevin Smith cominciasse a citare se stesso. Senza accorgermi che aveva già cominciato molto tempo prima. Poi nel 2004 è uscito Jersey Girl e… era davvero difficile perdonare Jersey Girl a uno che aveva diretto Clerks. E infatti, due anni dopo… Clerks 2. Ma era davvero difficile replicare la magia dell’originale. In seguito Zack e Miri è stato un film… simpatico. Un filmetto. E secondo alcuni anche il vero inizio della fine per Kevin Smith, che grazie all’ottimo consiglio di Seth Rogen ha scoperto la marijuana ed ha cominciato a sballarsi come un qundicenne.

Il primo risultato è stato questo.

KEvin Smith

Cop Out (in Italia Poliziotti Fuori) è forse il più brutto dei suoi film. Un vero spreco di Bruce Willis con giusto un paio di scene divertenti, e il primo film che mi ha fatto veramente pensare “si, Kevin Smith ormai è bollito”. I critici ovviamente l’hanno distrutto, e il regista ha reagito… lanciando una campagna esageratissima contro di loro. All’inizio del 2010 Kevin Smith ha aperto il suo primo podcast, primo di una lunghissima (e fortunatissima) serie in cui sostanzialmente dice cazzate a ruota libera insieme ai suoi amici, fumandosi una canna dopo l’altra. Dopo le prime recensioni negative ha cominciato ad offendere tutti i critici, dicendo che “erano loro a non capire i suoi film” per le loro limitazioni. Niente di diverso da quello che dicono molti altri registi di livello più o meno scarso, ma… andiamo, lui è Kevin Smith! Un amicone! Uno di noi! Ma niente, se l’è presa proprio, perché evidentemente pensava che Cop Out fosse davvero un gran film. E allora ha detto “ci penso io. Ora farò davvero il film indie e spocchioso che piace ai critici. E lo farò a modo mio.

Quel film è Red State.

Red State

…scusate la lunghissima introduzione, da qui in poi sarò molto più breve, ve lo giuro! Intanto mi è venuta voglia di riguardare tutti i film di Kevin Smith. O magari di guardare per la prima volta Yoga Hosers.

Con Red State Kevin Smith aveva una missione: andare al Sundance, far ricredere tutti, sentir dire ai critici che il suo era un horror provocatorio ed intelligente e vantarsene con gli amici da lì in avanti (fumando canne, ovviamente). Diciamo che gli è riuscito fino alla prima parte: è andato al Sundance, dove ha messo in piedi una pantomima assurda promettendo di mettere all’asta i diritti del suo film subito dopo la prima proiezione. L’asta c’è stata, ma ovviamente fintissima. I diritti sono andati a… lui stesso, per 20$. Dopodiché ha promesso che il suo film sarebbe stato distribuito autonomamente in maniera rivoluzionaria, che avrebbe cambiato il modo di fare cinema e blah blah blah. Ovviamente non è successo nulla di tutto questo. Ma almeno il film è piaciuto? Un attimo che ci arriviamo.

Red State è la storia di tre ragazzi che vivono in un paese vicino alla Five Point Church del reverendo Cooper. Una specie di setta ispirata alla Westboro Baptist Church, quelli dei cartelli “God Hates Fags”. Gente simpatica e alla mano, dalla quale come dice una delle loro insegnanti “ha preso le distanze anche il partito neonazista americano”. Non male, insomma. Questi tre ragazzi essendo dei sedicenni vogliono fare una cosa sola nella loro vita: girare un film su dei commess scopare. Su una specie di craigslist trovano l’annuncio di una milf che abita non troppo distante tra loro che accetterebbe volentieri di farseli tutti e tre contemporaneamente. E allora coraggio, andiamo!

Red State Michael Parks

Motivo n.1 per cui guardare Red State: Michael Parks

Il problema è che [SPOILER… ma tanto ve l’aspettavate, no?] è tutta una trappolona della setta che cerca gonzi peccatori da sacrificare. Bello! Tesissimo! Figata! Tralaltro il Reverendo Cooper è interpretato da Michael Parks, che è bravissimo, e non a caso è una specie di attore feticcio anche per Tarantino. Lo è diventato anche per Smith, che l’ha apprezzato talmente tanto da chiedergli di intepretare il maniaco trichecofilo (lo so) di Tusk. Pazienza. Qui entra in scena con un’interminabile ma apprezzata predica di quindici minuti quindici alla sua congrega, che si conclude con l’omicidio di un omosessuale catturato precedentemente. Dopo è il turno dei ragazzi, giusto? Che proveranno a scappare e da lì si innesca L’ORRORE!

Red State

NON NELLA BUCA, VI PREGO!!!

…beh non proprio. Da lì il film cambia e si trasforma in un film d’assedio con John Goodman che fa l’agente FBI un po’ zoppo e un po’ scornato, che non sa se obbedire agli ordini del governo cattivo oppure no. Sì, perché la prospettiva si sposta e CHISSENEFREGA dei poveri ragazzi lì dentro, ora dobbiamo parlare di quanto è CATTIVO il governo! E se la prima parte del film funzionava benissimo, con la regia scarna di Kevin Smith a fotografare perfettamente la situazione dura e tragica dei poveracci e lo squallore morale degli aguzzini, dopo il tutto funziona molto meno bene. Perché Kevin Smith non è un gran regista ed è lui stesso il primo ad ammetterlo, e per girare un film d’assedio ci vogliono le palle.

Red State

Yabadabadou motherfuckers!

Poi c’è l’aspetto morale che predomina. Si vede che Kevin Smith aveva in testa il metaforone, voleva parlare dei “mali oscuri dell’America”, voleva metterci la famiglia disfunzionale ma non ha avuto le palle di farla disfunzionale fino in fondo. E gli è venuta fuori quella che tutto sommato è una famiglia fin troppo normale, con mariti e mogli che si vogliono bene e sorelle che amano i fratellini. Non pensate al clan Firefly di Rob Zombie, questi sono quasi normali, se non fosse che credono in un Dio vendicativo che si fa rispettare grazie alla paura e se non ammazzassero gli omosessuali (e non solo). Dall’altra parte non c’è molto di meglio, dopotutto…

…eppoi c’è il finale. Che non vi anticipo perché i finali non si raccontano, ma per il quale anche leggendo su internet ho trovato due teorie contrastanti.

La prima è che il regista abbia voluto scioccare ancora, spernacchiando tutti con un taglio netto nel momento più imprevisto.

La seconda (e più gettonata) che abbia finito i soldi prima della fine delle riprese, e che non fosse capace a girare il finale voluto con due lire. E allora ha preferito raccontarlo.

Guardate il film e decidete voi cosa pensare.

Film che, alla fine, sarebbe anche interessante. Certo è un peccato che non abbia continuato sullo stile della prima parte, che è quella sicuramente più riuscita. Certo è un peccato che abbia inserito delle macchiette a caso senza poi andare a indagare minimamente sui motivi del loro comportamento. Certo è un peccato avere John Goodman e sprecarlo così, avere una attrice interessante ed in parte come Kerry Bishé (che non a caso sta portando avanti una bella carriera) e farle pronunciare battute scontate, avere tutti quei momenti morti, avere sempre quella spocchia da film intelligente che a Kevin Smith, proprio, non avremmo voluto neanche immaginare.

Peccato. Era uno di noi.

Voto: **

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2 Comments

  1. Cassidy 11 June 2017
    Rispondi

    Lo abbiamo leggermente perso, ma l’idea di un horror, fatto di fanatici religiosi negli “stati rossi” repubblicani, è l’incubo vero per un democratico cattolico come il nostro Kevin, dovrei rivederlo, ai tempi ci trovai dentro grandi trovate e alcune banalità, grazie per la citazione! 😉 Cheers

    • michele 12 June 2017
      Rispondi

      Dovere 😉 Peccato per Kevin Smith, ma ormai è un po’ l’amico scemo che proprio non riesci ad abbandonare…

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