Alias Grace e la donna che non sa stare al proprio posto

È l’anno di Stephen King, e questo lo sappiamo tutti. Mai come nel 2017 si sono viste tante trasposizioni cinematografiche e televisive delle sue opere, alcune trascurabili o peggio (La Torre Nera, The Mist), ma altre davvero meritevoli: It, Il Gioco di Gerald, 1922 e Mr. Mercedes hanno tutte ricevuto il plauso della maggior parte dei critici e ottimi successi di pubblico.

Ma in una scala minore (neanche così tanto) è anche l’anno di Margaret Atwood.

Alias Grace

The Handmaid’s Tale è stata probabilmente la serie più di impatto del 2017. Tratta dal suo romanzo “Il Racconto dell’Ancella”, è stato un grande successo forse persino inatteso per Hulu, con 8 Emmy vinti e una seconda stagione confermata appena una settimana dopo la messa in onda della prima. Anche Alias Grace ha una donna come protagonista, ma invece di speculative fiction è la storia vera (almeno nello spunto) di Grace Marks, una domestica irlandese emigrata in America, e condannata nel 1843 insieme al complice tuttofare James McDermott per l’omicidio del datore di lavoro Mr. Kinnear e della governante (nonché amante e incinta di suo figlio) Nancy Montgomery. Condannata giustamente o ingiustamente, non si sa: lei continua a dire di non ricordare niente, neppure dopo l’impiccagione del complice che prima di morire le ha scaricato addosso le maggiori responsabilità. Così per indagare viene chiamato il dottor Simon Jordan, una specie di psicologo ante-litteram che cerca di aiutarla a capire ma comincia a provare per lei una oscura attrazione. I punti in comune tra le due serie sono apparentemente pochi, ma a guardar bene, qualcosa si trova…

Prima di continuare con l’articolo, vi pregherei di leggere la dettagliatissima recensione di Delicatamente Perfido, che ha detto praticamente tutto quello che avrei voluto dire io. Non mi dilungherò quindi sulle mie opinioni, vi dico solo che la serie è assolutamente meritevole, davvero intensa ma mai pesante o noiosa, recitata divinamente. E se non vi bastasse la bravura della protagonista Sarah Gadon c’è pure Cronenberg in una piccola parte (e la Atwood stessa in poco più di un cameo)! Sembra poco?

Alias Grace

Quello che vorrei aggiungere è che sia Handmaid’s Tale che Alias Grace parlano delle donne, e se può sembrare naturale visti i temi trattati dall’autrice nel corso della sua lunga carriera, la cosa va sottolineata perché il tocco femminile qui è davvero evidente. Non c’è solo la Atwood: ci sono anche la sceneggiatrice Sarah Polley e la regista (di tutti e sei gli episodi) Mary Harron. Alias Grace parla delle donne, del loro ruolo della società e della loro espressione. Grace è costretta nel proprio ruolo di domestica, di vittima di abusi, di subordinata. È costretta a servire dal ruolo che ricopre, è costretta a comportarsi in un certo modo perché è donna, deve essere sempre a disposizione, sempre al lavoro, e in qualche modo è anche lei a obbligare se stessa. La sottomissione è ancora più efficace quando è inculcata talmente a fondo da essere auto-imposta. E quando c’è un moto di ribellione spesso sono proprio le donne stesse a gridare allo scandalo per chi non sa stare al proprio posto.

In fondo è la storia che viviamo oggi. Ho letto qualche giorno fa sulla pagina facebook de Il Post il rilancio dell’intervista con cui Miriana Trevisan ha accusato il regista Giuseppe Tornatore di molestie, sull’onda del caso Weinstein. Tra i commenti era tutto un florilegio di battutine, offese, mezze accuse ed accuse esplicite. Tristemente, la maggior parte erano di donne. Ed era la pagina de Il Post, non di Libero o La Verità.

Alias Grace

Questa cosa mi ha messo una gran tristezza, l’amara sensazione che vincere questa battaglia sarà molto difficile. Ma nei giorni successivi la visione di Alias Grace mi ha restituito un po’ di speranza. Il bell’articolo di Bookandnegative a riguardo ha alcune frasi che voglio riportare qui (comunque leggetelo tutto, merita! E seguite il blog che è uno dei più belli della rete!):

“Una donna ha parlato e l’ha fatto di moto proprio, dicendo cose sconvenienti a una società costruita sull’apparenza e la strenua difesa dell’ordine costituito.
Proprio come oggi tante donne parlano e rivelano storie turpi capitate a loro stesse durante la loro carriera.
E, proprio come Grace, vengono trattate – anche e soprattutto – con ostilità.
La loro dignità che, io credo, viene negata, perché alle donne viene costantemente applicato un filtro, un velo, un’ipnosi, un mezzo che le trasfiguri e che le renda capaci di parlare, ma senza dar fastidio, senza sconvolgere, ché tanto è colpa dell’ipnosi, non sono loro a dire quelle cose.
Di modo che ciò che raccontano non sia mai solo e soltanto libera espressione di un libero essere, ma conseguenza di un mezzo estraneo. Ora come allora.”

Le migliori opere, letterarie, cinematografiche, televisive, sono quelle che riescono a parlare del nostro presente anche quando sono ambientate nel passato o nel futuro. Alias Grace, come anche Handmaid’s Tale, ci riesce benissimo.

Voto: **** 1/2

9 comments to Alias Grace e la donna che non sa stare al proprio posto

  • fperale  says:

    Questa non la conoscevo, Handmaid’s Tale ovviamente si (ne hanno parlato in tanti), comunque sembra molto interessante anche questa!

    • michele  says:

      È uscita prima in Canada e da una settimana anche su NEtflix, guardala che sono solo 6 episodi!

      • fperale  says:

        Io non ho Netflix 😀 Comunque posso usare altri metodi.. 😉

  • Cassidy  says:

    StepHania mi aveva già venduto questa serie con il suo pezzo, tu ci hai messo sopra il fiocco dicendomi che dentro ci trovo anche il mio secondo Canadese preferito, quindi ti ringrazio 😉 Per ogni riflessione mi prendo giusto il tempo per vedere la serie, anche perché l’argomento è purtroppo davvero tanto caldo oggi come oggi. Cheers!

    • michele  says:

      Sapevo che la presenza di Davidone ti avrebbe convinto 😉

  • StepHania  says:

    Grazie per la citazione!
    Grace Marks ha mietuto un’altra vittima? 🙂 Mi fa piacere che la miniserie abbia conquistato anche te. Più ci rifletto, più mi tornano in mente tutti quei dettagli narrativi e quegli accorgimenti nel montaggio che la rendono quella meraviglia che è. Sai che Cronenberg inizialmente non lo avevo riconosciuto? Shame on me.

    • michele  says:

      Sono i dettagli che fanno la differenza, la cura con cui tutta l’operazione è stata messa in piedi… Anche inaspettata, perché spesso dal Canada giungono serie potenzialmente interessanti ma piuttosto sciatte come messa in scena.

  • Marco “Cannibal Kid” Goi  says:

    Piaciuta parecchio anche a me. Sebbene devo dire che il primo e l’ultimo episodio sono stati notevolissimi, mentre quelli centrali mi sono sembrati decisamente inferiori per ritmo e per interesse, almeno per quanto mi riguarda. Comunque davvero attuale per essere una serie “in costume”.

    • michele  says:

      L’impatto del primo episodio è notevole, e il finale è in crescendo, hai ragione. Anche il quinto episodio mi è piaciuto molto… Gli altri un filo sotto, ma comunque più che meritevoli!

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