Il vero Giappone

Approfitto della pubblicazione dell’articolo su Shin Godzilla per proporvi un racconto che ho scritto qualche mese fa, e che finora era rimasto nel cassetto… commenti ed insulti sono come al solito molto graditi 🙂

IL VERO GIAPPONE

Il Vero Giappone

…siamo ora in Piazza San Marco. Quella che vedete davanti a voi è la Basilica omonima, la cui costruzione cominciò nell’anno 1063. La consacrazione avvenne oltre 30 anni dopo, nel 1094, ma un incendio la devastò completamente nel…

Ichiro sospirò e smise di ascoltare la guida e il suo giapponese perfetto tanto da risultare quasi fastidioso. Volse lo sguardo intorno a sè, a cercare di cogliere la magnificenza della piazza in cui si trovava, ma gli era più naturale perdersi nei suoi pensieri.
Questo in Italia era il viaggio che aveva sognato per tutta la vita. Anzi, devo correggermi: era il viaggio che avevano sognato per tutta la vita, lui e sua moglie Rika. Si erano conosciuti quando erano poco più che bambini, e fin da subito avevano promesso l’uno all’altra che sarebbero stati una cosa sola per sempre. Si erano sposati alla fine degli anni 60 ed erano andati ad abitare insieme nella piccola casetta dove erano cresciuti i suoi genitori, nel villaggio di Magome. Il Giappone era in pieno boom economico, Ichiro aveva visto molti suoi amici d’infanzia arricchirsi e spesso trasferirsi nelle grandi città in rapida espansione. Nelle rare occasioni in cui tornavano al paese li sentiva parlare con orgoglio delle aziende in cui lavoravano, del contributo fondamentale che ognuno di loro dava alla loro crescita, dei grattacieli sempre più alti in cui vivevano e della vita sempre più frenetica che facevano. E dei viaggi che li portavano in luoghi lontanissimi che a lui sembravano alieni come lontani pianeti in un film di fantascienza.

Ichiro e Rika non erano ricchi e non erano impiegati in grandi aziende con migliaia di dipendenti che si facevano un vanto dell’omologazione e dello spirito di corpo dei loro dipendenti. Lei era sarta, e lui fornaio. Anche loro lavoravano molto, ma le ore più preziose della giornata erano quelle passate insieme, a passeggiare nei sentieri che circondavano il villaggio o anche solo seduti di fronte a una tazza di tè, a parlare della giornata trascorsa. La loro breve vacanza più esotica era stata ad Okinawa, dove tanti anni prima era nato il karate ma ora a comandare erano gli americani, onnipresenti con il loro atteggiamento volgare ed i fisici da giganti. Gli amici però parlavano loro di altre mete, ben più esotiche. Le Hawaii, il Sudamerica, l’Europa. L’Italia.

L’Italia era stata loro alleata durante la follia della Seconda Guerra Mondiale, e come il Giappone aveva saputo risollevarsi dalla miseria con un nuovo boom economico. Ma chi tornava dall’Italia raccontava di un paese che aveva reagito in un modo completamente diverso. Un paese dove invece che incasellarsi in ruoli rigidi ed immutabili, le persone inventavano lavori nuovi, si abbracciavano, gioivano, ridevano, cantavano!

Dovevano visitare l’Italia.

Il viaggio, però, costava davvero caro. Avrebbero dovuto risparmiare ogni yen possibile per molti anni, per riuscire a realizzare il proprio sogno. Per fortuna loro, però, erano cresciuti in un paese dove la fretta ancora non era riuscita ad arrivare. E così, risparmiarono. Cercarono di mettere da parte ogni singola moneta possibile e videro il loro piccolo gruzzolo crescere, crescere, crescere…

…il Palazzo Ducale di Venezia era la sede del Doge ed è uno dei più splendidi esempi di contaminazione tra l’architettura bizantina, quella orientale e…

Poi Rika era rimasta incinta.

La notizia era arrivata inaspettata, perché secondo i dottori lei non avrebbe potuto avere figli, ma evidentemente i miracoli succedevano anche in Giappone. Nove mesi dopo nacque Junko, e i programmi di viaggio vennero ovviamente rimandati. Junko era il loro capolavoro e andava cresciuta come una principessa, risparmiare non era più possibile. Anche perché il boom economico era finito, ed il mondo intero appariva in recessione. Il petrolio che sembrava motore inesauribile di crescita ora diventava sempre più caro, alcune aziende chiudevano, si sentivano storie di dipendenti che si suicidavano, altri che si abbandonavano all’alcoolismo, qualcuno addirittura aveva abbandonato le grandi città tornando sconfitto al piccolo villaggio.

In tutto questo, Ichiro continuava a fare il fornaio, Rika la sarta, e Junko cresceva bellissima. I genitori spesero ogni yen che serviva per vestirla, nutrirla, farla crescere, farla studiare. Finì l’università, trovò un brav’uomo e si sposò con lui. Il giorno del matrimonio abbracciò il padre e la madre e disse loro di riprendere a sognare.

– Ora sono in grado di provvedere a me stessa, ho un marito che lavora e voi non siete ancora vecchi, potete ancora vivere la vostra vita. Viaggiate, volate verso l’Italia come avete sempre sognato di fare

Rika pianse per la gioia e l’orgoglio, Ichiro cercò di mostrarsi forte. Ma dentro di sé era così fiero di sua figlia…

…qui sorgeva la casa di Marco Polo, che fu uno dei primi viaggiatori europei a raggiungere l’Oriente. Il suo libro, “Il Milione”, raggiunse migliaia di lettori e fece loro conoscere l’esistenza di altre civiltà che…

Ma Rika si ammalò. Fu una malattia lunga, penosa, piena di dolore e sofferenza. Sul letto di morte abbracciò Ichiro per l’ultima volta, e con un filo di voce gli chiese di promettergli una cosa.

– Vai in Italia. È ancora il nostro viaggio. Fallo per me.

Ichiro aveva lasciato passare un anno, ma alla fine era andato. Era partito da solo, e ora era in Italia.
L’aveva fatto per lei. Era il loro viaggio.

…il Ponte dei Sospiri collega il Palazzo Ducale alle carceri. Viene chiamato così perché, secondo la leggenda, i prigionieri attraversandolo sospiravano davanti alla prospettiva di vedere per l’ultima volta il mondo esterno…

Anche Ichiro sospirò. Chissà se, come credevano i cattolici italiani, esisteva veramente un paradiso, e dall’alto Rika lo stava osservando in quel preciso momento. Chissà se anche lei pensava che l’Italia sarebbe stata diversa. Che poi forse non era neanche colpa dell’Italia, o degli italiani. Era quel viaggio. L’avevano caricato in un grande aereo modernissimo con tanti suoi connazionali, quasi tutti vecchi come lui, e dopo tante ore di volo era sbarcato a Milano. Dopo una notte su un letto scomodo in un albergo di periferia, il tour era partito.

Primo giorno: Milano.
Piazza del Duomo, Galleria Vittorio Emanuele, Via Montenapoleone, la Torre Velasca, il Castello Sforzesco, Parco Sempione, i Navigli.

Non c’era molta gente che cantava.

Autobus, altre ore di viaggio.

Secondo giorno: Firenze.
Santa Maria Novella, Piazza del Duomo, il Battistero, il Campanile di Giotto, Piazza della Signoria, gli Uffizi.

I suoi compagni di viaggio si muovevano con una rapidità insospettabile alla loro età. Le loro macchine fotografiche catturavano ogni immagine da ogni possibile angolazione, poi passavano immediatamente all’attrazione successiva.

Ichiro si era fermato, agli Uffizi, nella sala del Botticelli. Avrebbe voluto trascorrere lì dentro tutta la vacanza. Si avvicinò alla Primavera, avrebbe voluto carpirne ogni dettaglio, imprimerlo dentro di sé, respirare l’aria di quel capolavoro. Era quello che avrebbe voluto fare con Rika. Fermarsi di fronte all’arte come faceva con lei quando si sedeva davanti allo spettacolo maestoso della sua campagna, al tramonto dietro le colline, agli alberi di ciliegio in fiore.

Una mano gli toccò la spalla. Era la guida. Doveva muoversi. C’era ancora da visitare il Ponte Vecchio, poi ancora viaggio, poi c’erano Pisa, Siena, Roma, Napoli, Capri, Sorrento, Pompei, Assisi, Bologna, Verona, Venezia, poi ancora Milano e ritorno in Giappone. Tutto in dieci giorni.

Gli mancava, Rika. Con lei sarebbe stato tutto diverso.

Gli mancava il suo Giappone.

…il giro in Gondola partirà tra dieci minuti, chi avesse bisogno di usufruire del bagno può…

Il gondoliere cantava, almeno lui. Ma c’era qualcosa di strano in quel O’Sole Mio, qualcosa di finto. E non perché il sole, quel giorno, non c’era, nascosto dietro una nebbia fredda che ti entrava nelle ossa. Era come uno spettacolo al quale mancavano il sorriso o la gioia, messo in piedi per loro che venivano da così lontano. Forse andava bene così, tutti gli altri erano così contenti. Stanchi ma contenti. A fine sera, insieme ai loro cari, riguardavano le foto dalla piccola anteprima dietro le macchine digitali e dicevano “perbacco, siamo stati qui! E qui! E qui!” Lui aveva già visto tutte le foto di cui aveva bisogno. Insieme a Rika aveva sfogliato libri e riviste sull’Italia, sapeva già come era fatto il Colosseo e cosa c’era a Napoli in Piazza del Plebiscito. Amava già la meraviglia di Piazza dei Miracoli e dell’Arena di Verona. Avrebbe voluto vivere l’Italia insieme all’amore della sua vita, e invece quello che aveva ottenuto erano solo dei rapidi flash, delle istantanee già viste.

Gli mancava, Rika.

Gli mancava il Giappone. Il suo Giappone. Quello in cui era cresciuto, dei ritmi lenti e delle tradizioni, non quello che voleva apparire diverso da ciò che è e sognava di diventare più occidentale degli occidentali.

Chiuse gli occhi, mentre tutti aspettavano la loro gondola, e pregò di potersi riunire a Rika. Pregò che il Giappone che amava si prendesse la sua rivincita, si riprendesse lui, interrompesse una volta per tutte questa farsa buona solo per gli allocchi.

Improvvisamente un rumore cupo scosse la laguna. Tutti si voltarono da quella parte, cercando di capire cosa stava succedendo. Un terremoto? Una grande nave in avvicinamento? Era difficile capire qualcosa. Ancora quel rumore. Qualcuno cominciava a preoccuparsi, sentiva la guida dire che forse era il caso di ripararsi e…

No, non c’era riparo.

Un urlo di terrore: più avanti qualcuno aveva visto. Dalle nebbie cominciò ad emergere qualcosa. Qualcosa di grande, di primordiale, di inarrestabile. I gondolieri urlavano il suo nome, ma anche quello era sbagliato, storpiato come un O’Sole Mio fuori contesto di mille chilometri. Ichiro riaprì gli occhi e scosse la testa, mentre intorno a lui tutti scappavano in preda al panico. Ichiro rimase fermo e sorrise, consapevole che avrebbe riabbracciato presto Rika ed avrebbero riso insieme, ben contenti che quella vacanza fosse finita.

– Non si chiama Godzilla, il suo nome è GOJIRA!

Il vero Giappone era arrivato.

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