Il Cumbrugliume va in Giappone – Capitolo cinque

Avviso ai lettori: questo sarà un capitolo con altissima presenza di SCIMMIE!

Intanto qui potete leggere la prima parte
Qui la seconda
Qui la terza
E infine qui la quarta

Pronti? Cliccate sulle foto se volete guardarle tutte di fila ignorando i miei sproloqui!

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Finalmente arriva il giorno (da me) tanto atteso, la tappa che dovevo assolutamente inserire nel nostro viaggio: quella delle scimmie! Anche la nostra guida al mercato del pesce era rimasta stupita che facessimo tappa a Yamanouchi. “Perché a Yamanouchi? Cosa c’è da vedere?”, mi aveva chiesto. “Le scimmie!”. Mi sembrava abbastanza, ma lei mi ha guardato stranita. Boh!

Il nostro viaggio comincia dalla stazione di Nagano. Prendiamo il trenino locale (comunque sempre comodissimo e in orario perfetto) e meno di un’ora dopo arriviamo alla minuscola stazione di Yudanaka, nelle Alpi giapponesi. Il panorama qui è completamente diverso, il più noto prodotto locale sono le mele e ovunque si vedono frutteti. In lontananza, le vette dei monti sono innevate.

Alla stazione veniamo accolti da un volontario locale, un pensionato che conosce un po’ di inglese e a ogni treno che arriva si preoccupa di aiutare i turisti che scendono, munito di cartine della zona che indicano le principali onsen (le terme) e i ryokan (le locande tipiche). Abbiamo imparato che si tratta di un comportamento molto comune in Giappone, dove gentilissimi signori anziani o studenti si offrono di dare una mano agli stranieri, accompagnarli, instradarli…

La vera domanda del giorno è questa

È proprio in una ryokan che siamo diretti, anche se chiamarla locanda in questo caso è un eufemismo. Quando il tizio ha sentito che alloggiavamo a Wafu no Yado Masuya ha esclamato “Wow!”, e in effetti, vista anche la spesa per alloggiare lì, la reazione è comprensibile. Ma in viaggio di nozze si va una volta sola! Commettiamo l’errore di sottovalutare le distanze giapponesi e ignoriamo i taxi, scegliendo di andare a piedi. Non fatelo. Le stradine giapponesi in salita coi bagagli possono stroncare anche i migliori atleti, e io non sono certo uno di loro. All’ingresso però capiamo subito a cosa andiamo incontro: tre signore in perfetto abito tradizionale (non le versioni economiche che abbiamo visto a volte indossate da qualcuno nei parchi di Tokyo o al tempio), prodighe di inchini e sorrisi, ci fanno lasciare i bagagli esclamando circa centosette volte “arigato gozaimasu”, decisamente le due parole che udiremo di più in questa vacanza. Un altro signore elegantissimo ci accompagna col bus dell’albergo fino all’ingresso del Monkey Park, e noi accettiamo ovviamente la sua offerta. Ci spiega dove prendere il bus per risalire, a che ore e… siamo pronti per un’altra camminata!

Il parco è quasi in vista

 

Dal parcheggio al Monkey Park di Yamanouchi vero e proprio ci sono circa due chilometri, di ascesa questa volta piacevole. Non doversi trascinare dietro due trolley pesantissimi comunque aiuta. La salita è solo all’inizio, poi segue un falsopiano percorribile agevolmente in una bella giornata come questa. Con la pioggia o la neve sarebbe stato molto diverso, e non a caso un paio di posti noleggiano scarponi invernali. Un cartello si preoccupa di avvertirci che dal parcheggio al parco non ci saranno più bagni. Per ben 1.5km! In Giappone i bagni pubblici sono davvero una cosa seria, non certo i buchi puzzolenti italiani, dove si ha paura a entrare. Onnipresenti e sempre pulitissimi, e con tazza riscaldata, bidet e doccina incorporati, spesso una musichetta per garantire la privacy… è quasi un piacere usarli!

E finalmente… SCIMMIE!

 

Dirò la verità: nonostante le scimmie pensavo che il Monkey Park si rivelasse una cazzata divertente per qualche minuto. E invece… è molto bello! E soprattutto le scimmie sono tantissime e ovunque. Per richiamarle gli inservienti lasciano del cibo a terra, e loro sono ben contente di approfittarne. Sono evidentemente abituate alla presenza dell’uomo e non fanno niente per scappare, ma allo stesso tempo non fanno neanche niente per attrarre la tua attenzione e chiederti altro cibo. La sensazione, così, è che i comportamenti che osserviamo siano realistici. I macachi semplicemente ci ignorano, passeggiano tra di noi, giocano, mangiano, si rincorrono, fanno facce buffe. Cacano anche in giro, ma gli inservienti arrivano velocissimi a pulire, ovviamente.

SCIMMIEEEEEEE

 

Facciamo circa un milione di foto (non l’avreste detto, vero?) e notiamo che fa capolino anche un altro animale buffo e curioso che resta in disparte. Poi scopriamo che si tratta di un capricorno giapponese. Le scimmie si avvicinano anche a lui, che però ancora nutre una sana diffidenza nei confronti dell’uomo. Il Capricorn Park può attendere. Unica piccola delusione: niente macachi a bagno nella calda pozza termale: la temperatura è troppo alta malgrado siano solo i primi giorni di aprile. Peccato!

SCIMMIEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!

 

Pranziamo in una birrera poco distante dove scopriamo che l’offerta birraria giapponese è decisamente di alto livello. Avevano anche una birra all’habanero di un birrificio di Nagano che mi incuriosiva, ma non mi sembrava l’ideale per accompagnare il pasto. Il nostro primo curry rice del Giappone, comunque, era ottimo. Dopotutto pare sia il vero cibo nazionale… e ci piace molto!

UNA ABBUFFATA DI SCIMMIEEEEEEEEEE

 

Torniamo alla ryokan e arriva il momento della onsen! La signora in kimono (credo la proprietaria) ci accoglie di nuovo con tutti gli onori e altri mille “arigato”, e ci porta in camera. Abituati alle stanzette anguste degli altri due hotel questa è una reggia: una ampia anticamera con accesso al bagni privati, una camera enorme (con due futon e vero tatami) e un’altra stanza con kotatsu, il tavolino basso e riscaldato che è un po’ il centro della casa giapponese, e di cui Sara si innamora. Non mancano la tv, l’angolo del tè e un armadio, decorazioni zen… All’ingresso ci hanno ovviamente fatto togliere le scarpe e ci hanno dato delle ciabatte: qui via anche quelle! Sul tatami si cammina rigorosamente scalzi!

NON ABBIAMO ANCORA FINITO CON LE SCIMMIEEEEE

 

 

La signora ci prepara un tè e ci offre un dolcetto appiccicoso che fingiamo di apprezzare, ci fissa l’ordine per la cena e ci insegna a indossare lo Yukata, la veste da camera tradizionale che ci viene offerta. E siamo pronti per il bagno! O meglio, lo saremmo se l’acqua non fosse a una temperatura simile a quella del sole. Io comunque mi immergo, sprezzante del pericolo di ustione, dopo esseri sciacquato bene come da etichetta. La Sara ci prova ma teme di finire bollita e non riesce a portare a termine la missione. Buuuu!!!

Ok abbiamo finito con le scimmie

 

Alle 19.00 ci chiamano per la cena kaiseki, attesa e temuta allo stesso tempo. La signora ci introduce a una infinità di piatti e piattini, freddi e caldi, dei quali riusciamo a capire la effettiva composizione forse per metà. La solita onnipresente zuppa di miso, sottaceti assortiti, alghe, asparagi, insalatine, e finalmente anche la carne wagyu che eravamo proprio curiosi di assaggiare! Ci offre ovviamente l’immancabile tè e un plum wine come aperitivo. Ma la cena non finisce qui! Arriva il sashimi, e arrivano anche un sacco di altre cose che sarebbe impossibile elenCare. Anche perché non me le ricordo! La signora, dopo essersi scusata altre dodicimila volte, lascia il posto a una collega più giovane e dall’inglese migliore. Finalmente ci capiremo qualcosa!

Buonissimo ed elegantissimo

 

Arriviamo a fine cena quasi stremati: davvero troppa roba! Comunque tutto era buono, soprattutto la carne che davvero si scioglie in bocca come dicono. I sapori sono molto, molto diversi da quelli a cui siamo abituati anche nei nostrani ristoranti giapponesi, che di kaiseki non hanno davvero nulla. Una esperienza da fare… magari avrei evitato il creme caramel caldo, salato e con pezzettini di pesce e alga. Quello era tremendo. Ma c’erano altri quindici piatti quindi l’ho lasciato lì senza timore 😀

Sara impegnatissima per capisci qualcosa

 

Gamberi e insalatine dalle misteriose consistenze

 

Tempura e sottaceti! (e la zuppetta!)

 

Un dolce vero!!! Incredibile, era anche buono!

 

Dopo cena facciamo due passi nel bel paesino, soprattutto perché voglio assolutamente provare i tradizionali sandali di legno, con i quali rischio di ribaltarmi almeno duecento volte. Comunque fa una strana impressione camminare per queste strade silenziosissime, vestito con yukata e sandali come un giapponese di cento anni prima. Il tempo può davvero fermarsi… ma non troppo a lungo. Siamo stanchi e ci attrae il kotatsu. Guardiamo un film nascosti lì sotto prima di farci ammaliare dal comodissimo futon, per una bella ronfata…

Passeggiando…

 

12 Comments

  1. Ciro 1 July 2018
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    Sono 2 decenni che voglio andare in Giappone, e tu me ne stai facendo venire ancora più voglia… Sappi che il mio misero conto in banca già ti odia XD

    • michele 2 July 2018
      Rispondi

      Si può fare anche senza spendere un patrimonio, te l’assicuro 😉

  2. Cassidy 1 July 2018
    Rispondi

    Le SIMMIE! Ti sto leggendo con molto piacere, ma calo proprio la maschera, questa era la porzione di diario di viaggio che stavo aspettando, la gioia di ritrovarsi in un parco pieno di scimmie non ha prezzo, se poi la birra è anche buona tanto meglio 😉 Cheers!

    • Ciro 1 July 2018
      Rispondi

      Simmie, birra e sashimi, non chiedo di meglio dalla vita XD

  3. Pietro Sabatelli 2 July 2018
    Rispondi

    Viva le scimmie! 😀

  4. Riccardo Giannini 4 July 2018
    Rispondi

    non sono del partito degli scimmiofili 😀

    Volevo vedere la foto di Mick con gli zatteroni giapponesi ai piedi!

  5. Kukuviza 5 July 2018
    Rispondi

    Ma il wasabi c’era o non c’era?

    • cumbrugliume 5 July 2018
      Rispondi

      Sì, ed è anche parecchio più forte di quello a cui siamo abituati!

      • Kukuviza 6 July 2018
        Rispondi

        Infatti quello che si trova qua non è tanto forte. Una volta ho provato uno strano wasabi coreano di un verde fosforescente che mi ha incendiato le papille!

        • cumbrugliume 6 July 2018
          Rispondi

          Di solito in Giappone quando vedono un occidentale gli chiedono “wasabi ok?” proprio perché ne usano di più e con un gusto più forte. Bisogna farci un attimo l’abitudine, le prime volte!

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