StartUp – Stagione 2

Mi ero davvero divertito a guardare la prima stagione di StartUp. Mi aveva invogliato la presenza dell’ottimo Martin Freeman, ma alla fine erano stati gli altri personaggi ad appassionarmi, e al netto di qualche difetto la serie si era rivelata un intrattenimento piacevole e intelligente. Così quando ho visto che su Amazon Prime Video era arrivata la seconda stagione ho detto… perché no? Soprattutto perché a far capolino dalla locandina c’era un altro volto noto e da me molto apprezzato: RON PERLMAN!

Già l’accoppiata Ron Perlman + Martin Freeman mi sarebbe bastata per guardare qualsiasi serie. E allora la domanda nasce ancora più spontanea: perché quasi nessuno parla di StartUp?

La risposta è ahimé evidente anche solo dopo pochi episodi: perché StartUp è un casino. Già nella prima serie la trama non era il massimo: un po’ convoluta, confusionario, non bene messa a fuoco. Nella seconda la cosa peggiora. Sembra che gli sceneggiatori abbiano cercato di capire cosa funzionava nella storia, segando le parti meno riuscite e ampliando le altre. Solo che:

1 – non hanno capito cosa funzionava e non funzionava davvero

2 – hanno gonfiato il tutto un po’ a casaccio.

Nella prima stagione StartUp mischiava malavita e new technology, alta finanza tradizionale e bitcoin. Non centrava perfettamente il risultato, ma ci andava abbastanza vicino da risultare interessante. In questa seconda si alza il tiro e dai bitcoin si passa a una vera e propria rivoluzione di internet… una nuova rete simil-tor messa in piedi in dieci giorni che dovrebbe far superare il world wide web. Un Halt and Catch Fire ai giorni nostri, a Miami… ma i personaggi di H&CF erano più umani, geniali ma destinati a un relativo insuccesso, e il mondo che girava loro intorno era decisamente più reale. Qui ci troviamo davanti a una rivoluzione senza basi solide. Anzi, senza basi punto. Il castello di carte crolla anche a un’analisi poco approfondita.

E la malavita? Quella resta. Il personaggio di Edi Gathegi era sicuramente la cosa più interessante della prima stagione, capo della mafia haitiana che vuole rendere più sicuro il proprio quartiere e far guadagnare la propria gente, senza rinnegare le sue origini. Qui… non dico che viene snaturato, ma pare che per creare drammi e smuovere le acque gli facciano succedere attorno di tutto. Tanto che a un certo punto si dice “vabbé, basta”, malgrado lui reciti sempre in maniera convincente.

Chi non convince affatto è la “genietta” Izzy Morales (Otmana Marrero), che mi pare troppo caricata di responsabilità che non è ancora in grado di sopportare. Carina, quasi all’esordio, ancora non ha il peso specifico per reggere momenti drammatici troppo intensi. Forse si farà. La colpa non è neanche sua, ma della sceneggiatura appunto…

In tutto questo, poi, Martin Freeman non appare praticamente mai. Il suo diventa quasi un cameo, poche apparizioni a indirizzare la trama in un certo modo, neanche troppo importanti a guardar bene. Perlman invece entra in scena circa a metà stagione, e se all’inizio fa pochino man mano diventa più importante. E si mangia tutto il resto. Se ho portato a termine gli episodi è principalmente per merito suo, e in effetti il finale è la parte migliore e più appassionante della serie. Chissà, potrebbe persino spingermi a guardare la terza (già confermata) stagione il prossimo anno. Alla fine basterebbe poco per fare il salto di qualità. Per ora, il giudizio è “peccato”.

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2 Comments

  1. Cassidy 20 September 2018
    Rispondi

    Tra questa ed “Hand of God” dovrei proprio rimettermi in pari con il lavoro del grande Ron-Ron, grazie per l’ottimo post utile anche per la mia memoria 😉 Cheers

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