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Botte da orbi #13: La notte su di noi

Sono sempre felice quando mi sento in obbligo di ritirare fuori dal dimenticatoio questa amatissima (da me) rubrica, e questa volta, credetemi, non potevo proprio esimermi. Sono anni che gli appassionati di film di menare sentono parlare di questo film di Timo Tjahjanto (già regista dell’ottimo Headshot) che riunisce i migliori interpreti del pencak silat indonesiano: la coppia del mitico The Raid Iko Uwais e Joe Taslim, Julie Estelle e Zach Lee (The Raid 2), Sunny Pang (Headshot) e via dicendo. Consideriamo che le coreografie dei combattimenti sono opera dello stesso Uwais… c’era da sbavare. E a buona ragione.

La trama de La Notte su di noi è piuttosto semplice. Ito (Taslim) è un assassino al servizio della Triade, in particolare di uno dei Sei Mari, gli uomini più potenti ai quali tutto è concesso. Gli viene ordinato di far fuori un intero villaggio e lui esegue senza problemi, finché il volto di una bambina gli fa comprendere che questa è la strada sbagliata… così la salva e si mette contro i suoi ex padroni. Che gli mandano contro ondate di sacrificabilissimi sgherri armati fino ai denti, ma alla fine anche il suo ex migliore amico, Arian (Uwais). Il film vive nell’attesa di questo scontro finale che lo sappiamo, dovrà esserci… mentre contemporaneamente una assassina indipendente (The Operator, Julie Estelle) prima si mette in caccia della taglia sulla testa di Ito, poi decide di schierarsi al suo fianco. Menando anche lei come un fabbro, ma in maniera decisamente più elegante.

Potreste sospettare che la trama finisca per avere un importanza minore rispetto al fattore botte… bravi, come avete fatto a indovinare? Se avete presente le continue sequenze di combattimento di film come The Raid non dovete fare altro che moltiplicare tutto per tre e girare al massimo la rotellina del gore. Tjahjanto deve essersi messo in testa di fare il film più esagerato, violento, sanguinario di tutti i tempi, e se non c’è riuscito c’è quantomeno andato molto vicino. Evviva evviva evviva! Violenza e sangue da soli non possono ovviamente bastare. Anzi, potrebbero risultare persino banali, stucchevoli, controproducenti se mancasse un fattore fondamentale a un film come questo: la convinzione.

Taslim affronta con stile e rabbia le consuete ondate di cattivi più o meno anonimi che gli vengono lanciati addosso per due ore di film. Pugni, calci, chiavi articolari che spezzano ossa, oggetti casuali, armi da taglio, contundenti, improvvisate, ossa di animali, taglierini, tende e almeno un miliardo di altre cose trovate sul set vengono utilizzate per ferire, stordire, uccidere, con un’inventiva e un senso del ritmo mai viste in un film di questo tipo. La caratteristiche che ha reso immediatamente sensazionale The Raid era che ogni colpo portato sembrava davvero fare male… qui accade lo stesso. Ma di nuovo: per tre. Lo stesso Ito prende talmente tante botte che sembra un miracolo possa rimanere in piedi scena dopo scena. Rispetto a The Raid 1 e 2 manca un po’ del talento visivo di Gareth Evans… 
Tjahjanto è più un artigiano del cinema, allo stesso tempo umile e visionario. Umile perché ha l’intelligenza di fare passi indietro quando serve, lasciando campo libero agli straordinari atleti che compongono il suo cast. Visionario perché ci vogliono le palle per mettere in piedi un progetto così grande, così folle, così esagerato. Solo qualche anno fa sarebbe probabilmente finito presto nel dimenticatoio dei film a (relativamente) basso budget, oggi è approdato su Netflix, dove forse avrebbe potuto essere promosso un po’ meglio, ma sarà senz’altro visto da un numero elevatissimo di spettatori.

È quasi inutile dire che per i fan di Iko Uwais e del pencak silat sarà una gioia per gli occhi. Le coreografie solo elaboratissime, la perfezione dei movimenti quasi incredibile, e stavolta a brillare non sono solo i due protagonisti (Uwais pare un po’ spaesato nel ruolo di cattivo, ma quando iniziano i combattimenti non ci si fa più caso. E visto che rappresentano l’80% della pellicola…): anzi, forse la scena a sorpresa più bella coinvolge le tre donne del cast, Julia Estelle, Hannah Al Rashid e Dian Sastrowardoyo, coinvolte in un due contro uno sensazionale, violentissimo, elegante.

L’unico vero difetto che mi viene in mente è che alcune caratteristiche quasi canoniche del cinema orientale di arti marziali sono bene evidenti anche qui. Prendendo ad esempio una bellissima scena ambientata in una macelleria, la prima cosa che salta all’occhio è che i cattivi vanno a circondare il nostro (anti)eroe ma lo combattono rigorosamente uno alla volta, con gli altri che attendono il proprio turno saltellando sul posto. Bastano pochi istanti per superare questa sensazione di irrealismo (a meno che i malavitosi indonesiani non siano estremamente sportivi… ma ne dubito) ed essere coinvolti nel turbine di schiaffi che segue, ma una piccola smorfia rimane. Rimaneva anche in The Raid, seppure meno evidente, quindi come dicevo questa andrebbe presa più come una caratteristica di questo genere di cinema che altro… ma se Uwais, Taslim e soci riuscissero a superarla potrebbero dar vita a qualcosa di ancora più esaltante.

Io comunque sono esaltatissimo lo stesso. E ne voglio ancora!

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2 Comments

  1. Elfoscuro 25 October 2018
    Rispondi

    Un ottimo film di genere!

  2. Riccardo Giannini 6 November 2018
    Rispondi

    A vederlo in foto il protagonista non mi entusiasma,
    ma immagino che alla fine del film il mio giudizio possa cambiare :D.
    Come dicevo da Cassidy, questi film partono dalla solita trama, ma poi tanto ci interessa vedere un po’ di baillame e di botte!

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