The Man in the High Castle – stagione 3

Quante delle immagini più riconoscibili del nostro mondo vengono dagli Stati Uniti d’America? Tantissime. Dalla Statua della Libertà al Golden Gate Bridge, dalla Casa Bianca al Pentagono, fino ad arrivare all’icona forse più significativa di tutte: la bandiera a stelle e strisce. Ecco perché è già uno shock immaginare che la storia sia andata in maniera diversa, e che il simbolo più amato dagli americani sventoli orgoglioso con un dettaglio decisamente diverso.

Una prima forza di The Man in the High Castle (la serie e il romanzo di Philip K. Dick da cui è tratta, noto in Italia soprattutto come La Svastica sul Sole) è proprio questa: immaginare una realtà alternativa così potente. I nazisti hanno vinto la seconda guerra mondiale e si sono divisi il territorio americano ed il mondo con gli alleati giapponesi. Sulla costa est domina la svastica, su quella ovest il sol levante. In mezzo una piccola striscia di terra indipendente a fare da cuscinetto, perché nonostante i rapporti appaiano buoni sotto la cenere covano ancora nuovi conflitti pronti ad esplodere.

In tutto questo, c’è ancora chi resiste, anche se tra mille difficoltà. Se la lotta armata pare essere ormai sconfitta, un sentimento più profondo continua ancora a sopravvivere, rinvigorito dai misteriosi cortometraggi clandestini dell’Uomo nell’Alto Castello, che sembrano raccontare la possibilità di un mondo diverso, libero, dove l’America possa tornare ad essere la vera America.

The Man in the High Castle mi è piaciuta fin da subito, ma pativa un po’ il confronto con il romanzo da cui è tratta, affascinantissimo, uno di quelli che più mi hanno appassionato alle ucronie. Confronto ingeneroso, perché l’opera di Dick era difficilmente filmabile, salvo miracoli, e Frank Spotnitz e soci hanno fatto un gran bel lavoro, normalizzando in parte la storia per renderla più seriale ma mantenendone lo spirito. All’inizio l’ho apprezzata storcendo un po’ il naso, diciamo così. Ma la seconda stagione mi ha definitivamente conquistato. Personaggi splendidi (Juliana Crain, John Smith, il ministro Tagomi), una trama che si apre abbracciando prospettive amplissime, una narrazione più coesa e appassionante. Attendevo l’inizio della terza stagione (sempre su Amazon Prime Video) con ansia, perché tutto era ancora apertissimo ed ero curioso di sapere cosa diavolo si sarebbero escogitati per proseguire su questo livello. E il 5 Ottobre il momento è arrivato.

Spotnitz ha lasciato il proprio posto di showrunner a Eric Overmyer e… non so se la colpa possa essere attribuita a lui (che comunque ha lavorato su produzioni grossissime come Law & Order, Bosch e The Wire!) ma la serie torna a infiacchirsi un po’. Il bello della seconda stagione è che era riuscita a lavorare per aggiunta, coinvolgendoci nelle trame politiche del Reich e esplorando la possibilità di viaggiare in mondi alternativi, ma sempre mantenendo il suo cuore nel focus dei personaggi, e riuscendo miracolosamente a tenere tutto insieme, collegato dal sottilissimo filo del destino. Questa terza invece in qualche modo sembra ripiegare su se stessa. Alla grandeur (o forse dovrei dire… Größe? Se solo sapessi un minimo di tedesco!) berlinese viene sostituita la relativamente quieta campagna del Colorado, il nuovo leader del Reich Himmles sembra ormai aver preso casa in America mentre quanto accade in Germania viene quasi abbandonato, alcuni personaggi cambiano forse fin troppo radicalmente (e in troppo poco tempo) mentre altri restano un po’ incartati su loro stessi.

Uno come John Smith (Rufus Sewell, a mio parere il migliore attore del cast) prima sembra essere ancora sconvolto dalle sue vicende familiari, ma allo stesso tempo le supera in maniera robotica, poco naturale. La storia di suo figlio (non faccio spoiler) avrebbe potuto dar vita a evoluzioni di qualsiasi tipo, e invece si è scelta una strada a mio parere un po’ banale, che consente scelte fin troppo facili e un po’ piacione. 

Un po’ meglio va alla Crane (Alexa Davalos), che rimane il personaggio più positivo del cast, dotata di una speranza incrollabile, di una straordinaria forza d’animo e di una complessità che la rendono mai banale. Recitare spesso accando a Tagomi (Cary-Hiroyuki Tagawa) la aiuta, perché sono entrambi tormentati, messi alla prova, estremamente umani in un mondo che spinge verso la deumanizzazione.

Non fraintendetemi, la serie è ancora affascinante e piacevolissima da vedere, ma ho mal digerito il passaggio da “elaborato what-if con focus sull’importanza della speranza” a “serie di fantascienza coi nazisti”. Nonostante voglia molte più serie di fantascienza coi nazisti, sono i cattivi perfetti!

The Man in the High Castle si riprende nel finale, guardacaso quando torna a narrare storie più ambiziose, Lo Jahr Null (Anno Zero) lanciato da Himmler è una rivoluzione potenzialmente devastante, così come la reazione dei nuovi giovanissimi nazisti nelle strade di New York. Il futuro non è ancora segnato, e la speranza è che l’assestamento sia finito, e che la quarta stagione riparta col botto. Io ci credo, e continuo a consigliarvi la serie senza riserve.

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1 Comment

  1. Cassidy 17 days ago
    Rispondi

    Il libro è bellissimo, mi è piaciuto molto il pilot, ma poi non ho mai seguito davvero la serie, che ridendo e scherzando è già scappata alla terza stagione, dovrei proprio rimediare! Cheers

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