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Puppet Master: the Littlest Reich

La verità è che non mi sarei neppure sognato di andare a cercare Puppet Master: The Littlest Reich se non avessi letto il suo nome: Steven Craig Zahler. Quello di Bone Tomahawk e Brawl in Cell Block 99. Due filmoni che se non avete mai visto dovreste proprio correre a recuperare. Mr. Zahler è romanziere (pare autore di western violentissimi, di quelli che adorerei), musicista (metallaro, ovviamente), regista, sceneggiatore… e anche giornalista per Fangoria, testata da qualche anno titolare dei diritti della saga di Puppet Master che ha pensato bene di chiedere a lui una sceneggiatura per il rilancio.



Dico che non avrei mai pensato di cercarmi questo film perché parlando eufemisticamente quella di Puppet Master non è una serie che ho seguito con assiduità. Ne ho visti sicuramente un paio, ricordo benino il primo e il terzo e poi nebbia assoluta. Pensavo ne avessero fatti sei o sette prima di consegnare giustamente la serie all’oblio, e invece ho scoperto che ne sono usciti altri DODICI. Il sottobosco dell’horror non smette mai di stupirmi.

Il rilancio di Puppet Master è interessante perché Zahler non si è limitato a fare come la maggior parte dei reboot moderni, che ignorano solitamente tutti i sequel e fanno finta che esista solo l’originale, ma ha preso i personaggi creati da Charles Band (un vero eroe dei nostri tempi che meriterebbe un articolo a parte – anzi magari lo scrivo – e oggi continua a tirar su due lire dirigendo tre o quattro ridicoli film no-budget l’anno, tra cui l’assurda saga di Evil Bong) e li ha rivoltati come calzini. Il burattinaio Andre Toulon è stato trasformato in un nazista convinto creatore di un esercito di burattini altrettanto nazistissimi, pronti ad uccidere nei peggio modi ebrei, omosessuali, neri e cose del genere, in quello che potrebbe essere il sogno bagnato di un militante di Forza Nuova.

Ovviamente essendo il nostro amato Zahler (che non dirige, lasciando l’incombenza alla coppia del mediocre We Are Monsters
Sonny Laguna e Tommy Wiklund ) persona intelligente, riesce a far provare empatia per le vittime, tutte brave persone che non se lo meriterebbero (cit.), e ribrezzo per questa banda di piccoli mostriciattoli che infestano l’albergo dove si terrà l’asta durante la quale saranno venduti nel trentesimo anniversario della morte di Toulon, ucciso dalla polizia per i suoi omicidi.

La trama potrebbe sembrare una scusa per mostrare decapitazioni, trivellazioni, squartamenti e altre cose simpatiche del genere, e in effetti pare proprio questo. Per due terzi del film assistiamo a un vero e proprio lago di sangue, realizzato alla grande con effetti speciali vecchia maniera che manderanno in estasi gli appassionati. A completare il quadro di horror classic una quasi commuovente colonna sonora ad opera del maestro Fabio Frizzi. Sì, proprio il fratello di Fabrizio, che dopo aver musicato le opere di Fulci, Bava, Martino (e Fantozzi ovviamente) meriterebbe alla grande il titolo di maestro dell’horror.



Sembrerebbe andar tutto bene se non ci fosse… beh, tutto il resto. Puppet Master: The Littlest Reich è un film che fin dalle prime scene appare evidentemente fatto al risparmio, con i pochi soldi investiti nel reparto gore, per pagare le birre a Zahler e per fare apparire sullo schermo per forse dieci minuti totali i divini Udo Kier (nazista da fumetto perfetto) e Barbara Crampton, ancora bellissima a sessanta anni suonati. La regia è ai minimi termini, la recitazione ancora sotto. In alcune scene pare di vedere quei film amatoriali recitati da amici dei registi assolutamente incapaci di stare davanti a una telecamera. Gente come Thomas Lennon o Jenny Pellicer, forse visti in qualche ruolo di contorno in un paio di serie tv ma qui totalmente inadeguati.



Per un rilancio vero ci sarebbe voluto molto di più, ma la sensazione è che comunque Fangoria non ambisse a tanto. Furbamente ha puntato sul nome (e sulla disponibilità) di Zahler che ha attratto una platea di appassionati più larga del solito, e tanto basta. Puppet Master è un film al quale comunque si vuole bene perché ogni tanto una cazzatona splatter ci vuole, perché un film che ricorda che i nazisti sono stati e sempre saranno merde è comunque utile (oggi più che mai), perché i titoli sono belli perché siamo appassionati di horror, e non dobbiamo dimenticarci che il nostro genere preferito è anche questo. I non fanatici evitino pure, e magari aspettino con me la prossima prova da regista di Zahler, quel Dragged Across Concrete del quale si dicono meraviglie!

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1 Comment

  1. Cassidy 25 February 2019
    Rispondi

    Steven Craig Zahler si è voluto divertire e ha fatto quello che voleva con una saga che forse molti nemmeno conoscono, era parecchio che non capitava di vedere un film così contento di essere scorretto, anche se sono di Zahler aspetto film più ispirati e meno gigioni di questo, tipo “Dragged Across Concrete” che sulla base del tema e del cast, potrebbe essere il mio prossimo film preferito, speriamo che sia così 😉 Cheers

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