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The Dirt: una biografia maleducata

Quando nel 2001 i Mötley Crüe fecero uscire la loro (auto)biografia The Dirt, molti rimasero scandalizzati dal racconto che senza mezzi termini dipingeva i quattro protagonisti non come degli amabili scavezzacollo, ma (con le dovute differenze tra loro) come dei veri delinquenti, senza rispetto per donne, amici, famiglie e neppure per loro stessi, schiavi di droga, alcool, sesso, spinti verso il successo e l’autodistruzione da una incontrollabile rabbia e una voglia estrema di sfondare, di prendersi la propria rivincita, di essere qualcosa in più che una semplice band. Già nel 2001 (figuriamoci nel 2019) il mondo del rock aveva cominciato da molti anni la propria parabola di normalizzazione. Un tempo le rockstar erano pericolose, possedevano tutto il fascino del brivido, di una vita vissuta al massimo, erano persone alle quali non dovresti presentare tua figlia o la tua ragazza… i Mötley Crüe erano lo stereotipo di tutto questo, ma anche i lettori più smaliziati erano rimasti scioccati di fronte ad aneddoti come quello con Ozzy a bordo piscina o alla dolorosa sincerità con la quale erano affrontati capitoli come quello della morte di Razzle, amico e batterista degli Hanoi Rocks. The Dirt raccontava come altissimo e bassissimo potessero convivere, come si potessero guadagnare centinaia di migliaia di dollari e spenderli tutti in eroina e prostitute, senza quasi rendersi conto di quanto facevano, trascinati dalla piena di una vita senza regole.

Una storia così doveva diventare un film. Se ne parlò fin da quasi subito, i diritti vennero acquistati da MTV Films e Paramount Pictures e venne ingaggiato Larry Charles (il regista di Borat) per dirigerlo. Da lì cominciò una sorta di tira e molla, con la band che chiedeva che niente venisse censurato e la produzione che a quanto pare voleva alleggerire molto il film. Nikki Sixx ha ammesso con molta frustrazione che MTV non era il partner adatto che immaginavano, e che non avrebbero mai concesso di mostrare cosa era stata veramente la loro band. Così passarono gli anni, MTV e Paramount abbandonarono il progetto che passò a Focus Features, e Jeff Tremain venne ingaggiato per la regia. Nel 2017 finalmente il tutto passò in mano a Netflix che disse sostanzialmente “fate un po’ quello che vi pare”. E due anni dopo finalmente ecco qui il film!

Fin dall’inizio si capisce che Nikki Sixx può finalmente essere soddisfatto, almeno dal punto di vista di ciò che è lecito mostrare. The Dirt inizia con una scena che, sostanzialmente, non si era praticamente mai immaginata fuori da Pornhub. Niente inquadrature ginecologiche, non temiate, ma si capisce benissimo cosa sta succedendo. Per Netflix, che pur migliorando negli ultimi tempi ci aveva abituato a film fin troppo medi, è un segnale notevole. La storia della band viene narrata con dovizia di particolari, dalla formazione ai primi successi, dai mega tour in tutto il pianeta ai disastri che sono seguiti. A volerla leggere senza scendere nei particolari, non è troppo diversa da Bohemian Rhapsody: anche i Queen erano partiti dal nulla e hanno rischiato di finire per litigi e dipendenze, prima di ritrovarsi uniti come una famiglia. Una storia fin troppo educata… solo che i
Mötley Crüe non erano educati affatto.

Il nucleo originario della band era formato da Nikki Sixx e Tommy Lee Jones, due persone molto diverse (Nikki veniva da una famiglia devastata, madre ubriacona sempre con uomini diversi in casa che spesso lo prendevano a ceffoni, i genitori di Tommy erano benestanti e sostenevano la sua carriera di musicista) ma che si sono trovate fino a considerarsi fratelli. Un annuncio li fece incontrare con Mick Mars, chitarrista molto più vecchio di loro e che non ha mai preso parte appieno alla vita sregolata della band, anche perché afflitto da una spondilite anchilosante che gli procurava dolori fortissimi. Mick portò in dote l’aggressività e l’esperienza che mancavano. Ora serviva solo un bel cantante dotato e se possibile biondo, per attirare le ragazze… uno come Vince Neil. La band era pronta, e i primi concerto nei locali di Los Angeles ne fecero una delle attrazioni principali, persino prima che si parlasse di un loro disco. Le major fecero a gara per ingaggiarli e su di loro (che vivevano con niente) piovvero improvvisamente centinaia di migliaia di dollari… con gli effetti che potete immaginare.

Nel film Sixx è interpretato da Douglas Booth, che era stato Boy George in un film per la BBC e che ha la faccia giusta (un po’ meno l’attitudine) anche per questo ruolo… Ottimo Iwan Rheon come Mick Mars, la figura con la quale è più facile empatizzare. Discreto Daniel Webber come Vince Neil (meglio quando il film diventa più drammatico che quando c’è da fare festa) e sorprendente il rapper Machine Gun Kelly come Tommy Lee, un cazzone ingenuo e a suo modo quasi romantico…

The Dirt, come dicevo, non è avaro di tette e culi, siringhe piantate in ogni vena, sangue, urina, liquidi corporei vari e… formiche. Ha, in altri termini, tutto quello che mancava a Bohemian Rhapsody per farne una storia vera.

A The Dirt, però, manca una cosa fondamentale: la rabbia.

Leggere le pagine della biografia divertiva con gli aneddoti folli e commuoveva con le storie tragiche, ma quello che rimaneva impresso (o perlomeno quello che è rimasto impresso a me) era la folle rabbia, la voglia inarrestabile che guidava Sixx in particolare ma tutti i componenti della band verso il successo. Quella rabbia che li portava a sacrificare tutto nella certezza che avrebbero sfondato. Quella rabbia che da signori nessuno li aveva fatti diventare senza uno straccio di contratto discografico i musicisti più attesi ed amati in tutti i locali. In The Dirt (limitato anche dalla durata di un film: forse una serie sarebbe stata più adatta) le cose sembrano accadere quasi per caso. I pezzi dei Mötley Crüe non sono mai stati i più belli della storia del rock, e loro non sono mai stati i musicisti più talentuosi: hanno azzeccato i pezzi giusti, ma era il loro essere spudoratamente rock a far sì che loro diventassero qualcuno. Questo, al film, manca. È una successione di aneddoti esagerati e non è un caso che il regista sia quello dei JackAss, ma avrebbe potuto essere molto di più. Alla fine è divertente, ma un po’ piatto. Da premiare sono sicuramente le intenzioni, il film non vi annoierà di certo e racconta un mondo che per fortuna e purtroppo il rock non conosce più. Comunque lo rivedrei più volentieri di Bohemian Rhapsody… ma il libro, credetemi, è davvero tutta un’altra cosa.

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2 Comments

  1. Cassidy 25 March 2019
    Rispondi

    Sono totalmente d’accordo, troppo facile etichettarlo come l’anti-Bohemian Rhapsody, ha moltissime cose in comune nella struttura, e mi ha colpito l’ansia del regista nel cercare di stipare in due ore più storie folli prese dal libro (sono arrivato circa a metà della lettura). Rispetto al libro è molto più tenero, però mi è piaciuto più del film sui Queen, anche se purtroppo la musica resta quasi sempre fuori, in favore proprio di tutte quelle storie matte. Cheers!

    • michele 29 March 2019
      Rispondi

      Diciamo che con tutto l’amore che provo per loro, i Crue rimarranno più nella storia della “aneddotistica rock” che in quella della musica 🙂

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