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E ora parliamo di Kevin (Lynne Ramsay, 2011)

Altro che parlare di Kevin! Ma prendiamolo a ceffoni, che è meglio!

Il film della Ramsay tratto dal romanzo di Lionel Shriver (che nonostante il nome è una donna) è una bella mazzata allo stomaco. Siamo abituati a vedere John C. Reilly in quelle commedie/puttanata che piacciono tanto ai tonti (allitterazione, tiè) come me, ma questa è tutta un’altra cosa. Tilda Swinton è una donna di successo, felice, che viaggia per il mondo finché non rimane incinta. Il figlio che ne viene fuori è un piccolo demonio che sembra odiarla. Da neonato non la smette di piangere notte e giorno, da bambino è silenzioso al limite dell’autismo, un po’ più grandicello continua a farsi la cacca addosso e comunque a opporre un muro di disprezzo nei confronti della madre. Col padre (Reilly) e la sorellina, invece, sembra andare d’amore e d’accordo.
Eva (la Swinton) ripercorre nella memoria gli anni della crescita del bambino dopo che questi, a sedici anni, ha commesso una strage a scuola, alla ricerca delle sue responsabilità, di un perché che forse neanche esiste. 
E ora parliamo di Kevin è un film nobilitato da una interpretazione di altissimo livello (la Swinton ingiustamente snobbata agli Oscar), con una regia forse un filo troppo compiaciuta e studiata nel minimo dettaglio, ma che riesce comunque a confezionare un film che lascia il segno, con un montaggio stretto ed angosciante e un uso simbolico dei colori (il rosso del sangue) fin troppo insistito ma efficace. Reilly è misurato e giusto per la parte, bravissimi anche i giovani attori che hanno interpretato Kevin, in particolare Ezra Miller nella sua versione più cresciuta.
Guardate il film senza aspettarvi di trovare né una commedia, né un film horror… E’ un dramma che si interroga sugli aspetti anche più oscuri della maternità, perché a volte il proprio figlio può essere un diavolo anche se il Diavolo non ci mette lo zampino.

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