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Broadchurch – seconda stagione

Era impossibile non rimanere affascinati dalla prima stagione di Broadchurch: una storia intricata, personaggi che escono dallo schermo, una ambientazione affascinante, un uso magistrale dei campi lunghi e lunghissimi ed una narrazione potente che non si limitava alla trama gialla, ma scavava dentro la realtà e le emozioni e colpiva dritto il bersaglio. Proprio per questo motivo la notizia di una seconda stagione di Broadchurch mi ha preoccupato, anche visto il relativo fallimento della trasposizione americana (con lo stesso protagonista) Gracepoint. A che serviva un seguito? Broadchurch era completo così com’era, non c’era molto da aggiungere a meno di non voler cambiare ambientazione, personaggi, storie, un po’ alla True Detective… ma allora perché continuare a chiamarlo così?

Alla fine anche io sono tornato a Broadchurch. E vi ho ritrovato i personaggi che avevo amato, ho continuato a scavare nei rapporti tra le persone, ho conosciuto situazioni nuove. E le mie paure sono svanite, perché se è certamente vero che la seconda stagione è di gran lunga inferiore alla prima ha comunque una sua ragion d’esistere. Le storie, parallele, sono due. Il processo che vede imputato Joe Miller per l’omicidio di Daniel Latimer al centro della prima serie e i nuovi sviluppi del caso di Sandbrook che aveva spinto l’ispettore Alec Hardy a trasferirsi a Broadchurch. Un po’ court drama e un po’ cold case, quindi. Facciamo la conoscenza dell’avvocatessa della difesa e di quella dell’accusa, uno squalo pronto a tutto e la sua ex maestra, molto più all’antica, che accetta il caso con reticenza e lo vive come una missione, dei genitori della prima bambina assassinata, della persona creduta da quasi tutti colpevole e di sua moglie, forse vittima forse carnefice pure lei. Ma soprattutto ritroviamo la famiglia Latimer ancor più in primo piano, la moglie affranta che cerca in qualche modo di reagire ed il marito confuso e consumato dai sensi di colpa.

E’ proprio la colpa la protagonista della serie, una serie che in qualche modo vede tutti (o quasi) colpevoli. Abbiamo due casi dei quali (più o meno) conosciamo già in partenza gli assassini, ma tutti sono colpevoli di qualcosa. L’ispettore Hardy ha rovinato la sua vita personale ed ha perso la propria famiglia ritenendo il lavoro più importante, e proprio sul lavoro ha alternato colpi di genio a leggerezze imperdonabili, la sua collega di Broadchurch, interpretata splendidamente da Olivia Colman, non si è accorta di avere in casa un assassino e la rabbia provata rischia di mandare all’aria il processo e di allontanarla dal figlio, Marc Latimer ha tradito la moglie, i giornalisti non guardano in faccia a nessuno, il dipendente Nige ha un rapporto a dir poco traumatico con la madre che addirittura lo accusa di essere stato lui l’autore dell’omicidio, il prete vive una storia d’amore (?) difficile e da fiducia alle persone sbagliate, l’avvocatessa si nasconde e nega a se stessa qualsiasi speranza di felicità, persino i bambini mentono. Ognuno ha qualcosa da farsi perdonare, soprattutto da se stesso, e la seconda stagione di Broadchurch sembra volerci dire che la giustizia, quella dello stato, può fallire, e anche se alla fine l’umanità ed il coraggio sembrano avere la meglio nessuna condanna e nessun perdono potranno mai eliminare il dolore di chi resta.

Non è splendida come la prima serie, ma è pur sempre Broadchurch.

Voto: ****

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